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Economia e Finanza

RIPRESA?/ La frenata del Pil pronta per il nuovo Governo

Si stanno già diffondendo le previsioni sull’economia per il 2018. E non sorridono all’Italia. Il Governo che verrà avrà già una strada in salita di fronte a sé. GIUSEPPE PENNISI

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Sta terminando il 2017 e sta per iniziare il 2018. È il momento di consuntivi e di previsioni. Specialmente perché siamo in anno elettorale e la Legge di bilancio, pur tenendo i saldi a quanto stipulato con le autorità europee, contiene diverse “mance” nel tentativo di accontentare questo o quel gruppo di elettori. Le autorità europee si sono già espresse con una buona dose di scetticismo, pur riservandosi di formulare osservazioni più dettagliate e più puntuali quando la legge sarà stata promulgata e i suoi complessi articoli (spesso risultato di maxi-emendamenti approvati chiedendo la fiducia) potranno essere studiati con calma.

L’Unione europea si è espressa più che con lettere e interviste con la bocciatura di un ottimo economista come Pier Carlo Padoan (ministro dell’Economia e delle Finanze negli ultimi quattro anni) proposto dall’Italia alla guida dell’Eurogruppo. A Bruxelles gli si rimprovera di non avere tenuto la schiera dritta a fronte delle pressioni provenienti da palazzo Chigi. Sempre in questo contesto, ma di minore importanza, è l’attribuzione della sede dell’Ema ad Amsterdam piuttosto che a Milano. L’Italia non solo ha perso tasso di crescita del Pil, diminuito negli ultimi trent’anni del 22% rispetto alla media di Francia e Germania, ma anche e soprattutto credibilità

Questa testata ha già espresso riserve sulle stime macro-economiche sottostanti il Documento di economia e finanza (Def) e, quindi, la Legge di bilancio. In un seminario a Roma due autorevoli centri di ricerca - Ref e Prometeia - hanno elaborato delle previsioni. Anche se non si discostano sostanzialmente da quelle del Def, presentano maggiore cautela e insistono sui rischi che le previsioni si avverino. Il primo dicembre il consuntivo Istat del terzo trimestre suggerisce che il rallentamento della flebile crescita è già iniziato dall’inizio dell’autunno. Si tratta di un rallentamento stagionale che può essere “recuperato” o - come sostengono i venti maggiori istituti di ricerca internazionali - di un nuovo rallentamento dell’eurozona che non potrà non colpire soprattutto i Paesi che non sono stati in grado di agganciarsi alla ripresa all’inizio del ciclo e che collegatasi al termine della fase moderatamente espansiva ne soffriranno di più? Senza contare i rischi di instabilità politica in Europa, soprattutto se i negoziati per giungere a una Grande coalizione in Germania non avranno esiti positivi.

Abbiamo sottolineato la settimana scorsa la necessità di una politica economica in due fasi: una di breve periodo diretta a parare crisi che possono venire dall’estero (elezioni in Germania, caos nella Penisola iberica dopo le elezioni in Catalogna, rafforzamento dei movimenti nazionalisti in Polonia, Ungheria e altri Paesi) e una di più lungo termine diretta a un effettivo riassetto strutturale, oltre che a riparare i danni degli ultimi quattro anni. Un riassetto strutturale è difficilmente contemplabile se si affrontano i nodi del debito pubblico e della produttività. Chiunque andrà al Governo dopo le elezioni in primavera avrà una strada stretta e tutta in salita.

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