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GEO-FINANZA/ Il km zero di Trump può mandare in tilt Ue e Italia

Il proclamato protezionismo della politica di Trump dovrebbe portare i Paesi più deboli, come l’Italia, a una revisione delle loro strategie economiche, dice AUGUSTO LODOLINI 

Donald Trump con Mike Pence (LaPresse)Donald Trump con Mike Pence (LaPresse)

Le politiche economiche che Donald Trump sta delineando per gli Stati Uniti vengono frequentemente etichettate come protezioniste, quando non isolazionistiche. Tuttavia, possono essere esaminate anche sotto una diversa prospettiva: la cosiddetta economia a “chilometro zero”. È un’espressione attualmente piuttosto in voga in Italia e, forse, soprattutto tra chi critica più duramente la posizione del presidente americano. Eppure, anche l’economia a chilometro zero potrebbe essere tacciata di protezionismo, fondata com’è sul privilegio delle produzioni locali a scapito di quelle che provengono da lontano. Su una scala ben più globale, Trump sta in fondo proponendo qualcosa di simile: se vivo a New York, perché devo comprare prodotti dalla Cina e non dal vicino New Jersey o dalla più lontana, ma pur sempre più prossima, California?

La mia è una provocazione indirizzata a evitare quella dicotomia per cui protezionismo è comunque male e liberalizzazione è comunque bene, uno strabismo ideologico (come peraltro il suo contrario) che trae peraltro vantaggio dai consueti toni estremi di Trump. In questa contrapposizione manichea si giunge al paradosso di una Cina comunista che si erge a paladina del libero scambio e ciò è del tutto comprensibile dal suo punto di vista. La liberalizzazione del commercio, come attuata finora, ha portato grandi vantaggi alla sua economia, che continua però a essere totalmente controllata dallo Stato, anche là dove la proprietà è privata. D’altronde, non occorre essere accesi protezionisti per affermare che una liberalizzazione senza regole può solo avvantaggiare i più forti, siano essi Stati o imprese,o, se si preferisce, che finora sono stati sempre i più forti a dettare le regole. Questo timore ha indotto diversi Stati europei a rifiutare il Ttip, il trattato atlantico di libero scambio, fortemente sostenuto da Barack Obama.

Possono essere inquadrate in questo schema interpretativo le convulsioni che scuotono l’Unione europea, il cui possibile esito finale è stato recentemente ipotizzato dal “socio di riferimento”, la Germania, in un’Europa a più velocità. Si tratta di una presa d’atto della chiara disomogeneità esistente, e non risolta, all’interno dell’Unione europea, una situazione particolarmente grave per l’Eurozona e la sua moneta unica. Sorprende che su questa ipotesi si manifesti, o si finga di manifestare, sorpresa, perché un tale possibile risultato era già insito nel modo in cui è stato costruito l’euro e le incongruenze di questa costruzione già da lungo denunciate. Si legga per esempio l’intervista al professor Joachim Starbatty pubblicata sul Sussidiario nell’ormai lontano 2011, nella quale il professore tedesco prevedeva difficile la continuazione di un euro unito. Allora, tra le varie opzioni possibili, Starbatty riteneva improbabile che fosse la Germania a mettere in discussione la moneta unica, ma ora a Berlino probabilmente si pensa che l’euro abbia già dato quanto poteva dare e che sia più vantaggiosa la costituzione di un’area a moneta forte che leghi la Germania e gli Stati “virtuosi” del Nord.