BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPILLO/ Gutgeld, Renzi e i paradossi del Pd sulla manovra aggiuntiva

La Commissione europea ha chiesto all’Italia una manovra aggiuntiva da 3,4 miliardi di euro.E il Partito democratico, spiega SERGIO LUCIANO, sembra essere un po’ in tilt su questo fronte

Yoram Gutgeld (Lapresse) Yoram Gutgeld (Lapresse)

Renzi ce l’ha con le accise, da sempre. Come non capirlo, come non condividere. Sono una delle molte etichette sotto le quali si celano le perverse imposte indirette, quelle che tutti i contribuenti pagano, e tutti nella stessa proporzione, e peggio per i poveracci che ne risentono più dei ricconi. Una per tutte: l’accisa sui carburanti. E non basta: nate tutte per uno scopo ben preciso, come se fossero quindi “a termine” (raggiunto lo scopo, abolita l’accisa), sono invece entrate stabilmente a far parte della “dieta ordinaria” del fisco, cioè non sono mai state abolite (le più antiche risalgono ai primi del Novecento), perché abolirle significherebbe poi dover andare da qualche altra parte nelle pieghe del bilancio pubblico a frugare per trovare corrispondenti risorse…

Ebbene, il governo Gentiloni - post-renziano sempre più “post” - sta preparando come meglio può la manovra primaverile da 3,4 miliardi pretesa dalla Commissione europea per non aprire la procedura d’infrazione contro l’Italia sul mancato rispetto del piano di rientro dal rapporto deficit/Pil. E in questa manovrina, manco a dirlo, ci sono anche le accise. Apriti cielo dei renziani, come al solito acriticamente appecoronati dietro il leader. Acriticamente perché quest’odio viscerale verso le accise - per carità, motivatissimo sul piano tecnico, come abbiamo appena visto - non è però minimamente sentito dalla massa dei cittadini elettori. Che si chiamino Iva o accise, che si chiamino Imu o Irpef, le tasse sono tasse, sono troppe e fanno male. Non è abolire le accise che porta voti, se poi si alza, ad esempio, l’addizionale regionale Irpef…

Ma ecco l’imprevisto colpo d’ala. Un po’ surreale, come vedremo, ma a maggior ragione imprevisto. Qualche giorno fa una mozione parlamentare è stata promossa da un gruppo di 37 deputati renziani contro l’aumento delle accise sulla benzina e sulle sigarette al quale Padoan sta pensare per trovare 1,5 dei 3,4 miliardi richiestici da Bruxelles. Sulla mozione si è stagliata un’abiura del capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, secondo cui si è trattato di una “iniziativa dei soli firmatari”, quindi non tutto il gruppo (e il partito) segue compatto i pretoriani dell’ex Premier. Si vedrà.

Il surreale consiste nel merito del ragionamento dei resistenti, e anche nell’adesione al loro novero da parte di Yoram Gutgeld, il superconsulente economico che Renzi aveva ingaggiato indicandolo come una sorta di nuovo superman - faceva pendant con Andrea Guerra, quest’ultimo mago dell’industria e Gutgeld dei conti pubblici! - e poi parcheggiato nello scomodo ruolo di commissario alla spending review. Questo Gutgeld, in realtà, è un economista coi fiocchi, e certamente il suo curriculum lo dimostra, anzi è uno dei pochi dell’alta nomenclatura renziana a vantare un curriculum, e una serie storica di stipendi, di assoluto rispetto. Faceva il superconsulente nel colosso McKinsey, e forze anche grazie a una militanza (in senso letterale) nell’esercito israeliano fino al conseguimento del grado di maggiore, la sua azienda lo aveva mandato una decina d’anni fa a Tel Aviv per aprire l’ufficio laggiù, e poi gestirvi, come una tra le prime e più importanti commesse, una consulenza top-secret per l’amministrazione dell’esercito israeliano: scusate se è poco. Un fesso, non può essere.


COMMENTI
14/02/2017 - I fallimenti di Renzi (Michele Ballarini)

La manovra aggiuntiva, richiesta implicitamente dalla UE, dimostra l'incapacità "globale" di Renzi. Dopo il tentativo, frustrato dal 60% dei votanti, di riforma in senso "caudillistico" del Paese, mescolando Costituzione con esigenze personalistiche e partitiche, vengono così bocciate anche le politiche economiche, le quali, anziché rilanciare il Paese, hanno avvantaggiato, con il job act, il solo ceto imprenditoriale, beneficiario di molti miliardi di sgravi fiscali e contributivi, senza incidere sul precariato e sull'occupazione, in particolare quella giovanile, la cui situazione è risultata anzi aggravata dal perverso meccanismo dei voucher. Renzi, disperdendo risorse, non ha inciso sulla spesa pubblica. Non ha compreso che la via principale per favorire il ricambio generazionale nel lavoro non erano quelle inutili e sin dall'inizio fallite misure tipo part time prepensionistico, anticipo in busta paga del TFR e, ora, l'APE (con tanti interrogativi, comunque un vero regalo alla finanza), ma una vera flessibilità pensionistica, volta a ridurre l'età pensionabile rispetto ai draconiani requisiti introdotti dalla Fornero, in primis l'aberrante ancoraggio dell'innalzamento dell'età al presunto costante aumento della spes vitae. Come Monti, anche Renzi, passando per l'inutile Letta, ha fallito. Il Paese, attanagliato da delinquenza e corruzione, è destinato al declino. Questa è la sorte di un Paese in cui pochi pagano per molti, troppi. Ma presto scompariranno anche quei pochi.