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PIL E LAVORO/ Le batoste "made in Ue" sull'Italia

Pubblicazione:venerdì 17 febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento:lunedì 20 febbraio 2017, 8.34

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Ieri Lorenzo Bini Smaghi è intervenuto sul Corriere della Sera per commentare le recenti previsioni della Commissione europea sul Pil 2017 secondo cui l’Italia avrebbe la crescita più bassa tra tutti gli stati europei. Per Bini Smaghi “l’Italia cresce meno degli altri Paesi europei nonostante abbia la stessa moneta, tragga beneficio della stessa politica monetaria, e abbia beneficiato più di ogni altro Paese dei margini di flessibilità concessi alla politica di bilancio”. L’Italia, quindi, non avrebbe alcun argomento per accusare l’Europa e dovrebbe accusare solo se stessa per questi risultati pessimi non avendo fatto le riforme necessarie. Crediamo che la questione sia ancora una volta mal posta.

Qualcuno intanto dovrebbe spiegare perché la correlazione tra crescita della produzione industriale tra Germania e Italia, per esempio, si sia rotta dopo decenni di andamenti simili proprio con l’introduzione dell’euro. Le conclusioni a cui giunge Bini Smaghi partono dall’assunto non dimostrato che le condizioni in cui l’Europa e l’euro hanno messo l’Italia siano neutrali o indifferenti per la sua crescita economica. Queste condizioni potrebbero essere perfette per la Germania e pessime per l’Italia la cui economia non può essere messa nello stesso insieme di quelle di Grecia e Spagna che non sono mai state concorrenti né della Germania, né della Francia. Bisognerebbe paragonare i destini economici di Paesi simili per dimensioni e per fondamentali economici.

È verissimo che l’Italia non ha fatto tutto quello che poteva fare, ma oggi, rispetto a 20 anni fa, ha un mercato del lavoro mille volte più flessibile di quello francese e tedesco; in Italia non c’è più il contratto a tempo indeterminato e quando un’azienda vuole licenziare non si trova di mezzo il governo come in Francia e in Germania, come dimostra il recentissimo caso Opel. Le riforme del sistema previdenziale hanno mietuto, tra i privati, talmente tante vittime che in altri Paesi europei avremmo assistito a una rivoluzione e oggi chi entra nel mondo del lavoro guarda all’età pensionabile come il momento immediatamente precedente al sonno eterno. Nessuno interviene quando un imprenditore decide di vendere la società all’estero e i diritti di chi ha investito in Italia, per esempio in concessioni, sono rispettati. La macchina burocratica invece è sostanzialmente irriformata così come il sistema giudiziario, la cui inefficienza invece spaventa moltissimo sia gli imprenditori italiani che quelli esteri.

Questo per dire che se è vero che si può fare molto non è vero che non si è fatto niente, soprattutto rispetto a quanto accaduto in Germania e in Francia, dove sono state introdotte le 35 ore, eppure la distanza con l’Italia si è ampliata a dismisura. Ci deve essere qualcosa dell’Europa che non ha messo l’Italia nelle condizioni di crescere come gli altri e che ha rotto dei trend decennali di sostanziale correlazione.

L’austerity cattiva imposta nel 2011 ha reso l’Italia e il suo bilancio molto più fragile. La crisi economica devastante ha più che compensato qualsiasi effetto positivo dell’incremento delle tasse e ammazzando l’economia ha reso i creditori molto più scettici di quanto non lo fossero prima. La rigidità dell’Europa sulle banche italiane ha regalato al nostro Paese un altro anno di crisi nera colpendola proprio nel cuore del suo sistema economico e finanziario e ammazzando la fiducia dei risparmiatori. Quando l’Europa ha dovuto decidere ha scelto sempre per la punizione.


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