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Economia e Finanza

BORSA & FINANZA/ Così l'Italia è costretta a sperare nelle bolle

Quella del Nasdaq è solo una delle bolle finanziarie che può scoppiare. Il problema è che Ue, e soprattutto Italia, non saprebbero come fronteggiare una crisi, spiega PAOLO ANNONI

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Lunedì, dopo la “sconfitta” del Movimento cinque stelle alle elezioni amministrative e la vittoria di Macron in Francia, si celebrava il calo del rendimento decennale italiano come la notizia del giorno. La tesi era che i mercati avevano premiato la “responsabilità” degli elettori italiani che avevano deciso di non votare i partiti “populisti”. Nello stesso giorno il mercato azionario americano, in particolare i titoli tecnologici, chiudevano una giornata da dimenticare con cali molto netti. Possiamo ovviamente decidere che la performance della borsa americana non ci interessi e tanto meno quella di settori che invece in Europa e, in particolare, in Italia sono molto meno rappresentati. La vicenda invece dovrebbe interessarci molto. Non è solo una questione finanziaria che già meriterebbe un’osservazione attenta. Quello che succede sul principale mercato finanziario globale alla fine riguarda tutti, come ampiamente dimostrato dalla crisi finanziaria di Lehman Brothers poi rapidamente arrivata all’economia reale.

La questione però non si esaurisce a questo livello. I problemi strutturali all’interno dell’Europa e le sue conseguenze sui Paesi membri si sono accentuati e hanno mostrato tutti i loro effetti proprio dalla crisi del 2008. Quello che si è scoperto è che mentre l’America trovava una ricetta, certamente imperfetta, contro la crisi e tornava a una crescita sostenuta, l’Europa, nel suo insieme, soffriva; si è scoperto che l’Europa non ha una ricetta valida per combattere una crisi globale che distrugge proprio le economie più deboli. L’Italia, e altri Paesi europei, sono stati costretti a manovre fiscali recessive proprio quando servivano manovre e politiche fiscali espansive.

La risposta degli Stati Uniti alla crisi economica è passata per un aumento del debito pubblico del 50% (dal 64,8% sul Pil del 2007 al 104,2% del 2016). I problemi strutturali dell’euro sono evidenti a prescindere da qualsiasi cosa si pensi dell’euro e dell’Europa: non è pensabile che all’interno di un’area con identica, moneta, leggi, e dazi con l’esterno possano convivere aree con diversi costi del debito e aliquote fiscali. Una buona impresa italiana non può concorrere con una buona impresa tedesca con il doppio delle tasse o il doppio dei costi del debito; potrebbe farlo se dalla sua avesse una moneta che si svaluta, ma oggi non può. O l’Europa si consolida completamente o si rompe oppure si accetta che intere aree diventino deserti industriali e occupazionali.

Questo è lo scenario europeo attuale, ma è una cornice che assume, a sua volta, un certo scenario globale. I problemi europei, le contraddizioni e gli sbilanci all’interno dell’area euro, sono stati mitigati da un contesto finanziario estremamente favorevole, da un’economia americana in recupero e da mercati finanziari in grande spolvero. Se l’America avesse fatto come l’Europa, l’economia italiana non avrebbe avuto la valvola di sfogo delle esportazioni e di una rivalutazione del dollaro del 30%. Se la Fed non avesse stampato moneta a tutto spiano la propensione all’acquisto di titoli europei non sarebbe stata la stessa.

In un certo senso la domanda più preoccupante non è sugli effetti finanziari ed economici dello scoppio delle bolle finanziarie che ci sono oggi sui mercati; la domanda più preoccupante è quale sarebbe la ricetta dell’Europa se il contesto economico finanziario globale avesse uno shock negativo. Non occorre nemmeno ipotizzare apocalissi finanziarie stile 2008. Se il Pil italiano girasse in negativo perché l’economia globale passa in negativo per sei mesi, quale sarebbe la ricetta europea? una nuova finanziaria per “far tornare i conti” in piena recessione? Diciamo Italia, ma metà Europa sarebbe nella stessa situazione.

Facciamo finta che le contraddizioni all’interno dell’Europa siano “solo” una fase complicata di un lungo processo di consolidamento; facciamo anche finta che l’euro e l’Europa siano irreversibili così come la cessione di sovranità degli stati nazionali, in particolare alcuni, verso le istituzioni europee. Rimane la questione di quale sia la ricetta europea per i disoccupati siciliani o marchigiani o lombardi in caso di recessione globale; l’Italia ha solo metà della responsabilità visto che ha ceduto la sua sovranità economica e finanziaria e “concorda” le sue finanziarie con l’Europa. Se non c’è nessuna ricetta se non quella di altre tasse e tagli allo stato sociale, allora le contraddizioni di cui sopra possono solo acuirsi così come la volontà di uscire da una cornice in cui non c’è risposta efficace alle crisi dei singoli stati nazionali.

In altre parole: se quello che abbiamo visto negli ultimi dodici mesi in politica europea arriva nel migliore dei contesti finanziari globali, immaginiamoci cosa possa succedere se il contesto esterno all’Europa diventa difficile. La sensazione è che dobbiamo fare un tifo sfegatato per il Nasdaq e la “borsa” americana.

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