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SPILLO/ I problemi delle ferrovie italiane che non si devono sapere

I problemi delle ferrovie italiane, dice MARCO PONTI, non sono certo legati alla sicurezza. Ma riguardano i soldi pubblici che vengono utilizzati per sostenerle

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I problemi delle ferrovie italiane non sono certo legati alla sicurezza: anzi, in Europa hanno risultati statistici eccellenti (e la statistica è l’unico modo per valutare se un sistema di trasporto è sicuro). Neppure si può dire che le ferrovie del Sud sono insicure: gli incidenti di Viareggio e quello di Crevalcore in Emilia non sono stati meno gravi di quelli al Sud. L’argomento poi del binario unico o dei sistemi di segnalamento inadeguati dimostra solo l’ignoranza tecnica dei nostri media: metà Europa viaggia su linee a binario unico con sistemi semplificati senza alcun problema. Si sono avuti in Spagna, Germania e Inghilterra incidenti gravissimi su linee a doppio binario molto moderne.

L’unico criterio analitico significativo sono i morti (e i feriti) annui: sulle ferrovie i morti sono mediamente sotto la decina, sulle strade sono 10 al giorno, e negli incidenti domestici almeno il doppio. Su un grandissimo numero di eventi, il sommarsi casuale di fenomeni non controllabili è inevitabile: occorre solo verificare che la frequenza non sia anomala, e tale da segnalare cause specifiche e perduranti (questo caso ci fu negli Usa per un modello di automobile negli anni ‘60, la Corvair, ma rimane piuttosto isolato).

Infine, le ferrovie italiane spendono fiumi di soldi (nostri) in sicurezza. Dati i numeri in gioco forse sarebbe meglio spenderli per le strade. I morti sono tutti uguali, e gli (scarsi) soldi pubblici dovrebbero essere spesi per minimizzarli. I problemi maggiori sono altri, e sono proprio i soldi pubblici che vanno a sostenere, in un gran numero di rivoli, il nostro sistema ferroviario (Fsi è totalmente pubblica, anche se la sigla SpA trae in inganno i più sprovveduti). Questi soldi sono davvero tantissimi, ma non è questo il problema maggiore. È che non si devono sapere. Le dichiarazioni della dirigenza, frequentissime, sono sempre e solo trionfali, i costi pubblici non vengono mai citati, neanche per sbaglio (ci deve essere un “ordine di scuderia” molto preciso). Sembra che parlino di un’impresa privata che va a gonfie vele per meriti suoi.

Vediamo le voci maggiori: circa 4 miliardi all’anno sono sussidi all’esercizio di linee e servizi, circa 6 sono per gli investimenti, e recentemente il commissario Cottarelli (alla “spending review”, dove lo hanno lasciato per poco) ha scoperto altri 4 miliardi per un fondo pensioni “speciale” delle FS. In totale sono circa 14 miliardi ogni anno, più di una finanziaria. In termini percentuali, siamo al 42% dei puri costi di esercizio, e intorno al 70% dei costi totali. Ma meglio che non si sappia: le ferrovie italiane, senza queso fiume di soldi dei contribuenti, chiuderebbero in pochi mesi.

Ironia finale: con tutti questi soldi, i servizi ferroviari trasportano una modesta quota dei traffici merci e passeggeri. Circa il 10% in quantità, ma nettamente meno in valore.

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