BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPY FINANZA/ Ue, la guerra del gas che l'Italia non vuole vedere

Il Senato Usa ha approvato nuove sanzioni contro la Russia, aprendo una guerra tra gli stati dell'Ue sul gasdotto Nord Stream 2. Ma in Italia, dice MAURO BOTTARELLI, non se ne parla

Lapresse Lapresse

Cosa ricorderemo, da italiani, di giovedì 15 giugno? La bagarre dentro e fuori al Senato sullo ius soli. È stato un martellamento mediatico. Eppure, due giorni fa è successo qualcosa di epocale, qualcosa in grado di cambiare la nostra vita di cittadini italiani ed europei: ma nessun telegiornale ha aperto bocca al riguardo, nessun quotidiano ieri lo riportava in prima pagina. E non è un caso, è una strategia. Ma permettetemi di andare indietro ancora di un giorno, ovvero a mercoledì 14, quando gli occhi di tutto il mondo erano fissi su un campo da baseball della Virginia, dove un uomo ha aperto il fuoco contro alcuni politici repubblicani, ferendo in modo grave il coordinatore del partito, Steve Scalise. 

Ovviamente, la notizia ha fatto il giro del mondo in un attimo, spartendosi l'attenzione mediatica con il terribile incendio alla Grenfell Tower di Londra. Ma cosa accadeva al Senato Usa in contemporanea? Con voto perfettamente bipartisan e dall'esito bulgaro di 97 a 2, la Camera alta Usa ha dato il via libera a nuove sanzioni contro la Russia per la sua interferenza nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Di più, il nuovo pacchetto contiene anche una novità di fondamentale importanza: d'ora in poi, il presidente non potrà ammorbidire o addirittura rimuovere le sanzioni senza prima ricevere il via libera dal Congresso. Di fatto, una messa in quarantena riguardo il tema che maggiormente sta a cuore al Deep State: la guerra contro Mosca. Stando alla legge, «le sanzioni contro la Russia sono in risposta alla violazione dell'integrità territoriale dell'Ucraina e della Crimea, così come ai cyber-attacchi e all'interferenza nelle elezioni presidenziali e alla continua aggressione in Siria». L'emendamento, inoltre, consente «nuove e più ampie sanzioni in settori chiave dell'economia russa, come quello minerario, de metalli, delle spedizioni e delle ferrovie» e «autorizza una robusta assistenza per rafforzare le istituzioni democratiche e contrastare la disinformazione in Europa Centrale e dell'Est, nazioni che sono vulnerabili all'aggressione e all'interferenza russa». 

Stando a quanto votato dal Senato, le nuove sanzioni saranno imposte contro «attori russi corrotti e tutti coloro coinvolti in seri abusi dei diritti civili», ad esempio chiunque fornisca armi al governo siriano o lavori nell'industria della difesa o nell'intelligence russa, così come «coloro i quali conducano attività cyber dolosa per conto del governo russo o siano coinvolti nella privatizzazione corrotta di assets a controllo statale». Insomma, un atto di guerra diplomatica in piena regola, il capolavoro assoluto dei neo-con da quando hanno preso il timone del governo parallelo del Paese. Ieri, poi, il Senato Usa ha dato il via libera definitivo, passando ora la palla alla Camera dei Rappresentanti. 

E mentre noi ci arrovellavamo con lo ius soli e con lo scontro M5S-Repubblica sul presunto incontro tra Matteo Salvini e Davide Casaleggio, cosa accadeva? Il grande strappo. Germania e Austria, casualmente due dei più grossi clienti energetici della Russia in Europa, attaccavano frontalmente e con durezza senza precedenti la decisione Usa sulle nuove sanzioni contro Mosca, dichiarando che queste «potrebbero influenzare negativamente l'economia Europa, andando a intaccare l'approvvigionamento di gas naturale russo». E a parlare in tal senso sono stati il cancelliere austriaco, Christian Kern e il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel: insomma, un qualcosa con il crisma dell'ufficialità. E destinato ad avanzare un'accusa precisa: Washington, con questa mossa, intende tutelare i posti di lavoro del comparto energetico Usa, di fatto rendendo illegale la fornitura russa verso l'Europa attraverso le sanzioni contro aziende del comparto. Poi, l'accusa più dura, avanzata direttamente da Gabriel: «La velata e sottintesa minaccia di sanzioni e multe verso le aziende europee che partecipano al progetto Nord Stream 2 introduce una dimensione nuova e completamente negativa nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti». 

Detto dal capo della diplomazia di Berlino e alla quasi vigilia del G20 di Amburgo, la cosa prende i contorni della rottura epocale: avete sentito nulla dai tg al riguardo? No, erano troppo preoccupati a ragguargliarci sulle condizioni del gomito del ministro Fedeli. Ma mettiamo un attimo la questione in prospettiva? Nord Stream 2, un gasdotto da oltre 1.200 chilometri che affianca l'originale Nord Stream, punta a ridurre la dipendenza dal transito attraverso l'Ucraina ed è contestato anche da diversi Paesi europei, fra cui l'Italia, oltre alla Polonia e diversi Stati dell'Est. In base alla nuova legislazione votata dal Senato, ora il presidente degli Stati Uniti avrà il diritto di imporre sanzioni contro imprese che compiono investimenti o vendono beni o servizi ai gasdotti russi per più di 5 milioni di dollari l'anno. Il nuovo gasdotto, stando al testo approvato dal Senato, avrà «un impatto negativo sulla sicurezza energetica europea e sull'economia ucraina». E l'Ucraina a chi è in mano, grazie a un colpo di Stato che l'Ue ha riconosciuto e applaudito? Dipartimento di Stato Usa, Cia e Fmi. Per questo, i due ministri sostengono in una nota che «è interesse comune dell'Unione europea e degli Stati Uniti intraprendere azioni decise e unite allo scopo di risolvere il conflitto in Ucraina», ma che non è accettabile «la minaccia di sanzioni extraterritoriali illegali imposte a imprese europee che partecipano agli sforzi di espandere la rete di fornitura di energia dell'Europa». Stando ai due rappresentanti, «le sanzioni politiche non devono in nessun modo essere collegate a interessi economici». Le forniture di energia all'Europa «sono una questione europea, non degli Stati Uniti».

Questo è il primo atto della nuova politica lanciata dalla Merkel dopo il G7 di Taormina, quando disse che l'Europa non può più fidarsi degli Stati Uniti e deve prendere il futuro nelle proprie mani? Pare di sì, per interesse economico e non certo per idealità alla Ventotene, ma il nodo resta: questa è una svolta epocale, anche perché come ci mostra il grafico le esigenze di import energetico dell'Ue sono un nodo dirimente oggi, ma lo saranno ancora di più nel futuro, più o meno prossimo. Ma attenzione, perché qui siamo di fronte anche a una frattura in seno alla stessa Ue. Di proprietà della russa Gazprom, Nord Stream 2, infatti, è sostenuto da diverse compagnie europee, fra cui l'anglo-olandese Shell, le tedesche Uniper e Wintershall (controllata dalla Basf), la francese Engie e l'austriaca Omv. Il progetto, però, incontra anche l'opposizione della Commissione europea, cui i Paesi dell'Ue potrebbero dare un mandato per negoziare con la Russia, mandato che però non è necessario, stando al giudizio di Angela Merkel. 

Insomma, siamo di fronte a interessi enormi e in grado di creare i presupposti per l'Europa che verrà, ma anche per lo sviluppo economico dei vari Paesi dell'Unione. Quindi, al netto del silenzio interessato dei grandi media, è altro a inquietare: perché non una parola al riguardo dal premier, Paolo Gentiloni o dal ministro degli Esteri, Angelino Alfano? Qual è la posizione dell'Italia in merito e in seno all'Ue? Quale parere porterà al riguardo il nostro Paese al G20 di Amburgo? Forse, siamo troppo occupati con lo ius soli e con la strisciante campagna elettorale permanente in vista del voto politico? Se così fosse, saremmo all'irresponsabilità politica totale. A destra come al centro come a sinistra, ma con l'esecutivo al primo posto, visto che suo mandato è governare il Paese e perseguirne il bene comune, non fare comizi di parte. 

E attenzione, perché mentre si occupa il tempo del Parlamento per provvedimenti ideologici e propagandistici, utili al Pd solo per strizzare l'occhio a Giuliano Pisapia e alla sua area left, sottotraccia sta accadendo qualcosa che potrebbe risultare fatale, in caso di attacco speculativo durante l'estate. Nei primi quattro mesi dell'anno, infatti, lo stock di titoli di Stato detenuti dalle banche italiane è aumentato di 20 miliardi, il tutto mentre il debito pubblico continua a salire. Gli istituti nostrani non riescono o non vogliono impiegare la liquidità su altri binari? Di certo, appaiono ancora legate a triplo filo al debito sovrano italiano. Che spaventa, già oggi, chi italiano non è. Mentre infatti le nostre banche continuano a fare indigestione di Btp, a marzo si alleggerisce il portafoglio di titoli di Stato italiani detenuti da investitori stranieri. Il controvalore dei governativi italiani detenuti da investitori non residenti risultava pari a 663,836 miliardi, in lieve calo rispetto ai 664,228 miliardi di fine febbraio. Il dato segna un nuovo minimo da tre anni: per ritrovare un importo inferiore occorre risalire ai 655,900 miliardi di marzo 2014. In base a calcoli della Reuters sui dati di Bankitalia, a marzo 2017 la quota di titoli di Stato italiani in mano a investitori esteri è scesa al 34,7% del totale di quelli in circolazione dal 35,1% del mese precedente, ma, a fine 2016, la quota di titoli di Stato italiani in mano a investitori esteri veri e propri - ciò non soggetti nazionali che operano attraverso società o holding estere - era pari solo al 26,7% del totale. 

E se dovesse ripartire la tarantella dello spread a breve, magari proprio per darci una bella sveglia e costringerci a prendere una posizione chiara su Nord Stream 2? 

© Riproduzione Riservata.