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SPILLO/ La religione dell'euro che sfida la Chiesa

L’euro non è moneta unica, ma un sistema di cambi fissi, spiega GIOVANNI PASSALI, che procura quei danni all’economia e al lavoro che papa Francesco spesso stigmatizza

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In un recente articolo apparso su Il Sole 24 Ore, mons. Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, ha ricordato le parole del Papa pronunciate a Genova nell’incontro con il mondo del lavoro presso lo stabilimento dell’Ilva. Galantino prima ha citato gli interventi di alcune persone (una sindacalista, una disoccupata, un imprenditore, un lavoratore) e poi le successive parole del Santo Padre, il quale ha considerato sia la piaga della disoccupazione, sia quella dei “templi del consumo” (centri commerciali, con negozi a volte aperti per 24 ore), sia quella della speculazione degli imprenditori che non hanno scrupoli a licenziare o chiudere l’azienda e spostarla.

Devo dire che il discorso di Galantino, così come impostato, non mi è piaciuto. Capisco che magari nella ristrettezza di un articolo non ci sia stato spazio per approfondire la questione e arrivare al nocciolo. Ma così impostato mi è sembrato una generalizzazione all’intero sistema economico di un discorso detto dal Papa in un ambiente specifico e in una situazione specifica. Non voglio dire che generalizzare sia sempre sbagliato: alcune volte è corretto. Ma in questo caso mi sembra che si dia una descrizione che non corrisponde alla realtà.

Io non credo che un imprenditore si alzi la mattina e decida “sposto l’azienda così guadagno di più”. Chiudere un’azienda avviata e dove i dipendenti hanno un “know-how”, una conoscenza del funzionamento dell’azienda prezioso e insostituibile, è un’operazione sempre complicata e difficile. Non si chiude e si sposta un capannone con una semplice firma a tavolino. Io credo invece che, nella crisi attuale, alcuni imprenditori (comunque una minoranza) vedendo tanti loro colleghi fallire, si sono accorti che, nel caso in cui avessero deciso di chiudere la loro azienda perché ormai le condizioni per produrre con profitto sono ristrettissime, avrebbero avuto la possibilità di reinvestire riaprendo la stessa attività in un Paese straniero. E in quel caso, la rivendita degli stessi prodotti in Italia sarebbe diventata solo una delle opzioni possibili. Ma si sarebbe trattata comunque, anche per chi ha come obiettivo solo il profitto, di un’operazione complessa, delicata, che richiede investimenti e spesso anche prestiti da chiedere in banca, insomma un’operazione che non si può compiere a cuor leggero.

Ma soprattutto quello che manca in quell’articolo, in una visione complessiva dell’economia italiana, è la descrizione del peso e del ruolo della finanza, o meglio della moneta. Prima di tutto perché in effetti quello che manca non è il lavoro; di lavoro da fare ce n’è tantissimo. Il problema è che manca la moneta per retribuire adeguatamente il lavoro: non manca il lavoro, manca la moneta.

Quello che non è stato affrontato e che purtroppo raramente viene affrontato in ambito economico cristiano è la problematica che la mancanza di flessibilità sui cambi monetari, come sanno tutti gli economisti, si scarica come flessibilità sul lavoro. E la “flessibilità” sul lavoro vuol dire una sola cosa: compressione (in un modo o nell’altro, anche togliendo garanzie e tutele e chiamando questo depauperamento “riforme del lavoro per favorire lo sviluppo e l’occupazione”) delle retribuzioni.

Con l’euro non abbiamo una moneta unica, come dimostra il fatto che a prendere euro in prestito nei diversi paesi che lo hanno si ottengono condizioni molto differenti. E questo riguarda pure gli Stati, quando prendono euro in prestito: il famigerato spread è una luminosa testimonianza di questa situazione. Quindi l’euro non è una moneta unica, però è un sistema di cambi fissi, per cui tra un Paese e l’altro non c’è un cambio monetario, anche se le condizioni economiche e sociali sono totalmente differenti. E proprio queste condizioni economiche differenti, non rispecchiate da monete differenti che non ci sono, fanno sì che sia conveniente, anzi sia necessario spostare le imprese dove le tutele economiche e le condizioni dei lavoratori sono inferiori.

Insomma, in ambiente cristiano, non si trova quasi mai un approfondimento sul fatto che “la moneta deve servire e non governare!”. Eppure anche queste sono parole del Papa (Evangelii Gaudium, n. 58). Inoltre, non si trovano approfondimenti, in un mondo ormai laicamente pagano, su quella che è diventata una sorta di nuova religione che porta all’idolatria del denaro che spinge ad avere “una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante” (EG, n. 54).

Tali meccanismi sacralizzati sono divenuti dominanti a causa dei vincoli europei che si assumono dogmaticamente come risolutori dei problemi economici e finanziari; ma di fronte ai continui fallimenti, incapaci di ogni autocritica e assetati di sempre maggiore potere, chiedono “più Europa”, chiedono agli Stati ancora maggiori cessioni di sovranità, proprio il contrario di quanto affermato dal Papa: “Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto” (EG n. 56).

La verità è tutta qui: la finanza sta mettendo in vendita il bene comune, quello che dovrebbe essere difeso e promosso dagli Stati: quindi gli Stati sono un intralcio al piano della finanza. Il lavoro rientra tra i beni comuni da mettere in vendita, ovviamente svalutando il lavoro (che la finanza non ha) a favore della moneta (che la finanza ha in abbondanza). Per questo hanno creato la Bce, un’istituzione che ha il compito specifico di tenere sotto controllo il costo del denaro, svalutando così il costo del lavoro. Non può fare altrimenti, è stata costruita proprio per quello scopo.

E mentre assistiamo al disastroso progredire della crisi, politici ed economisti, anche cattolici, assistono impotenti e silenziosi, avendo come principale obiettivo quello di non disturbare troppo “la tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole”.

Vogliamo davvero cambiare concretamente la situazione? Allora iniziamo a parlare di sussidiarietà, di solidarietà e di come i sistemi di Moneta complementare rispondano a questi principi. Non si tratta di inventarsi qualcosa di nuovo, ci sono già tanti esempi operativi: a migliaia in tutto il mondo.

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COMMENTI
19/06/2017 - L'alto (il Dr.Passali) Il basso (il Sig.COMMENTO) (ALBERTO DELLISANTI)

Tanto vale chiamarlo Signor COMMENTO. Da una riga, a tre righe in casi di chiacchieratona. Dire sempre Carlos Real è sbagliato. Sono convinto che il Signor Real valga molto di più dei suoi lapidari commmenti. Preferisco chiamarlo con quella parola COMMENTO mai da lui declinata in un titolo (come fanno tutti) e che è il suo modo fisso di presentarsi ai lettori del "Sussidiario". Il Signor COMMENTO non ha remore a definire "Tutte palle" le numerose valide riflessioni e osservazioni del Dottor Passali. Si può almeno in parte pensarla diversamente, ma al Signor COMMENTO non piace un tubo di niente: "tutte palle". Mi pare maleducazione. E infinita pigrizia. La voluta pochezza con la quale si esprime dovrebbe lasciare il posto a un qualche argomentare di cui il Signor COMMENTO è capace se vuole applicarsi e non solo sparacchiare. Leggere oggi Carlos Real spiace ancor più, perchè un articolo materia di riflessione non ha minimamente suscitato commenti altrui. (Lasciando quell'unicum del Signor COMMENTO).

 
19/06/2017 - Commento (Carlos Real)

Tutte palle! Quello che manca davvero è il dimagrimento dello stato con conseguente riduzione delle tasse. In Italia c'è la religione dello stato che comanda su tutto e aumenta sempre!

RISPOSTA:

Gentile Carlos Real, la palla del dimagrimento dello Stato non la racconta più nessuno (perché ormai tutti sanno che è una palla). Non c'è una sola evidenza scientifica (economica) e nessuna evidenza dalla storia economica in qualsiasi parte del mondo che dal dimagrimento dello Stato l'economia tragga qualche beneficio. La naturale conseguenza del dimagrimento dello Stato (questa con numerose prove scientifiche ed evidenze storiche) è la caduta del pil (come pure la Grecia ha recentemente dimostrato!), anche perché i servizi dello Stato quasi mai sono remunerativi e quindi appetibili per qualsiasi mercato. Inoltre il dimagrimento dello Stato porterebbe solo ad una minore crescita del debito, che comunque rimarrebbe crescente e con il calo combinato del pil avrebbe un effetto devastante. Infine sembra dimenticare che la crisi è prima di tutto finanziaria e bancaria (è iniziata da li) e li bisognerebbe tagliare il bubbone malefico che infetta tutta l'economia. (Giovanni Passali)