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POP VICENZA E VENETO BANCA/ La batosta evitata col decreto

Poteva andare peggio e per questo la soluzione alla crisi delle due banche venete individuata con il decreto deve ricevere un commento positivo, dice CARLO PELANDA

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Poteva andare peggio e per questo la soluzione alla crisi delle due banche popolari venete individuata negli ultimi giorni deve ricevere un commento positivo, pur a denti stretti. I due istituti sono stati messi in liquidazione, Banca Intesa ne gestirà una parte, mentre lo Stato sosterrà finanziariamente la gestione del resto, per esempio la dismissione morbida del personale non trasferito alla nuova gestione e dei beni affidata a figure commissariali con compiti definiti dalla legge fallimentare italiana. 

I valori depositati nei conti correnti, i portafogli titoli, i contratti di finanziamento siglati da Popolare di Vicenza e Veneto Banca e le obbligazioni (senior) da loro emesse sono totalmente salvaguardati. Dal punto di vista dei clienti le due banche avranno perfetta continuità. Lo smaltimento dei crediti deteriorati troverà più tempo per cederli a un valore realistico, invece che svenderli sotto la pressione del regolatore europeo. L’impatto sul sistema del credito nei territori dove le due banche erano più presenti è ancora da valutare. Da un lato, per esempio, un’impresa che aveva affidamenti con le due venete e con Intesa ora potrà averne solo uno per i limiti alla concentrazione del rischio imposti dalle norme. Dall’altro, la varietà di offerte creditizie nei territori detti è sufficientemente ampia per riconfigurare le relazioni bancarie. 

Sul piano della fiducia sistemica è prevedibile un miglioramento. Nella soluzione precedente le autorità europee richiedevano più di un miliardo di denari privati prima di dare il permesso allo Stato per una ricapitalizzazione precauzionale. Ma nessuno ha voluto mettere questi soldi per l’alta probabilità di perderli. Per tale motivo la Bce, in accordo con il governo, ha decretato venerdì scorso lo stato fallimentare delle due banche, così permettendo il passaggio del caso dalle norme europee di risoluzione delle crisi bancarie al più garantista e flessibile diritto fallimentare italiano, dove lo Stato può intervenire con meno condizionamenti e quindi minimizzare i danni. 

In conclusione, le due banche sono andate in crisi, oltre che per la mala gestione del passato, per la prolungata incertezza dovuta all’indecisione del governo combinata con l’irrealismo dei vincoli europei. Infatti, le nuove norme europee in materia bancaria (2016) sono il vero soggetto fallito. Ma l’individuazione di una soluzione nazionale, pur tardiva, ha chiuso il caso, ripristinando la fiducia. 

www.carlopelanda.com 

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