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FINANZA E IMPRESE/ I vantaggi (e i limiti) dei Pir

I piani individuali di risparmio offrono dei vantaggi per i risparmiatori che li sottoscrivono, ma anche per le Pmi italiane. Hanno però anche dei limiti. Ce ne parla SERGIO LUCIANO

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Toccasana, senz'altro no; innovazione positiva, senz'altro sì. Stiamo parlando dei Pir, i piani individuali di risparmio, introdotti nell'ordinamento italiano con la legge di stabilità del 2016, uno strumento appunto nuovo - ma simile ad altri già collaudati in Francia e Gran Bretagna, con alterni esiti - che introduce nel nostro mercato finanziario e del risparmio un concetto finora escluso, che è quello di premiare la fedeltà. I risparmiatori che sottoscriveranno questi investimenti e li conserveranno per almeno cinque anni, non pagheranno tasse sui guadagni.

In particolare: non pagheranno l'attuale aliquota del 26% su rendimenti e capital gain (o il 12,5% sull'eventuale quota contenuta nel Pir e investita in titoli di Stato); e non pagheranno nemmeno la tassa sulle successioni e sulle donazioni che in Italia colpisce i trasferimenti ereditari dal valore superiore al milione di euro. Chi negli ultimi cinque anni avesse investito trentamila euro sui Pir - se i Pir ci fossero già stati, ma non c'erano! - a oggi risparmierebbe, realizzando l'investimento, quasi diecimila euro di tasse.

Diciamo subito che questa tendenza di premiare la stabilità dell'investimento - che viene da definire "culturale" - l'Unione europea l'ha già da qualche anno "benedetta" con una serie di norme adottate con poche differenze da tutti i Paesi per favorire la stabilità del controllo delle aziende conferendo ai pacchetti azionari detenuti dalle stesse proprietà per molti anni consecutivi il diritto di votare per due o per tre o per quattro nelle assemblee societarie, le sedi in cui si prendono le decisioni sulla vita delle aziende. Ora l'Italia, che si è già adeguata a questo aspetto della nuova normativa europea, trasferisce la "premialità" dal piano del controllo delle aziende anche a quello dell'investimento finanziario, sia dei "grandi ricchi" che del "signor Rossi".

Il mercato sta rispondendo molto bene a questa novità. Se il governo si prefiggeva di stimolare una raccolta di risparmio sui Pir di 1,8 miliardi nel 2017, è ormai chiaro che il "tetto" sarà superato, visto che il primo miliardo è già arrivato nei primi due mesi dell'anno e si cresce al ritmo di 100 milioni di euro a settimana. E visto che 28 Pir sono già in vendita e altri 16 sono stati ufficialmente annunciati da banche e Sgr. Assogestioni - l'associazione che riunisce le Società di gestione del risparmio italiane - stima la raccolta potenziale complessiva del nostro mercato sui Pir in ben 16 miliardi di euro!

Per chiarezza, è bene però riepilogare le condizioni - precise e vincolanti - alle quali il grande vantaggio fiscale offerto dai Pir può essere fruito:

L) I Pir prevedono un investimento massimo, per ciascun anno, di 30.000 euro per persona fisica, con un limite d'investimento massimo cumulativo di 150.000;

2) la totale esenzione fiscale sui rendimenti, è concessa a patto che gli strumenti finanziari inclusi nel piano - azioni, obbligazioni, titoli di Stato - siano detenuti per almeno cinque anni. Chi vende prima, perde il bonus. Quindi se un risparmiatore sa che potrebbe aver bisogno di ritirare i suoi soldi prima dei cinque anni fa meglio a investirli altrove;

3) I Pir sono contenitori (portafogli) abilitati a comprendere fondi comuni d'investimento, Sicav, gestioni patrimoniali, contratti di assicurazione, depositi amministrati e il risparmio così raccolto può essere investito in diversi tipi di strumenti finanziari: azioni, obbligazioni, quote di fondi, contratti derivati. Ma con alcuni vincoli: il più significativo dei quali è che una quota del 70% sia investita in obbligazioni e azioni di società quotate e non (purché non immobiliari), emesse comunque da imprese residenti in Italia o negli Stati membri dell'Ue o dello Spazio economico europeo ma con attività stabile in Italia.

4) Di questo 70% del valore complessivo degli strumenti finanziari almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese diverse da quelle inserite nell'indice Ftse Mib di Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati: deve dunque trattarsi di piccole e medie imprese.

5) Un Pir non può investire in un solo strumento finanziario più del 10% del suo patrimonio.

Non è tutt'oro quel che luccica, naturalmente. In Italia, si sa, le imprese piccole e medie quotate sono poche: appena 80, presenti all'Aim - il mercatino delle Pmi organizzato da Borsa Italia Spa - che si confrontano con le oltre 3000 quotate nell'omologo mercato britannico. Tendenzialmente, nessun Pir investirà in azioni di società non quotate, per l'ovvia difficoltà a disinvestire che questa scelta comporterebbe. Ciò convoglierà - anzi, sta già convogliando! - verso pochi soggetti d'investimento grandi flussi di risparmio, il che già sembra potersi misurare nel boom in atto delle quotazioni delle cosiddette "small cap", cioè appunto le piccole e medie imprese quotate, che stanno andando tutte a gonfie vele in Borsa. Troppo gonfie, queste vele? Forse sì: e non è un bene. Come non è un bene vincolare per cinque anni - che in economia sono lungo termine - un investimento prevalentemente azionario, in aziende medie o piccole che possono andare molto bene, ma anche male.

Però, diciamolo: se è vero che i Pir sono progettati per premiare l'italianità e la stabilità dell'investimento, è anche vero che da anni in tanti, sui mercati, e a gran voce reclamavano appunto misure capaci di rianimare gli investimenti verso questi comparti dell'attività economica che sono essenziali per il nostro Paese, sono sempre stati trascurati dalla cosiddetta grande finanza e oggi non sono più finanziati dalle banche, impastoiate nella rete delle sofferenze e delle regole internazionali, come una volta. Ora che arriva sul mercato qualcosa di nuovo, è giusto indicarne i limiti e i rischi, ma senza trascurarne i pregi.

Come ha detto opportunamente Pier Carlo Padoan, i Pir "stanno già portando sul mercato un incremento della liquidità, un incremento del numero di investitori attivi, una sovraperformance delle small e mid cap contro le large cap". Ma rappresentano "una sfida strutturale" poiché non potranno dare un vero stimolo alla crescita "se non utilizzati in concomitanza con altre misure economiche e finanziarie". È qui che c'è il vero rischio: non basta mettere benzina nel serbatoio dell'economia, se non si riesce a far carburare bene la macchina del sistema. E su questa sfida nella sfida è lecito non essere troppo ottimisti.

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