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Economia e Finanza

TASSE E POLITICA/ Forte: Il piano del Pd non sta in piedi

Matteo Renzi ha presentato ieri "Avanti", il libro nel quale ha lanciato la proposta di aumentare il deficit per 5 anni per tagliare le tasse. Il commento di FRANCESCO FORTE

Matteo Renzi (Lapresse)Matteo Renzi (Lapresse)

Matteo Renzi ha presentato ieri "Avanti", il libro nel quale ha lanciato la proposta che sta continuando a portare avanti in questi giorni: portare il deficit/Pil al 2,9% per 5 anni in modo da finanziare il taglio delle tasse, stimolare le crescita e ridurre il debito pubblico. Una proposta che l'ha portato a scontrarsi con l'Ue e che sta facendo emergere anche degli "attriti" con Pier Carlo Padoan. «La tesi di Renzi è assolutamente improponibile. E poi porta come esempio di riduzione delle imposte benefico il bonus da 80 euro, che gli è servito per vincere le elezioni europee, ma che non ha generato sviluppo economico», ci dice Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze.

Ma al di là dell'esempio degli 80 euro, perché critica la proposta di Renzi?

Perché non è sostenibile, si contraddice da solo dicendo che occorre un deficit/Pil al 2,9% per 5 anni. Difatti se una riduzione delle imposte è efficace magari non genera crescita nello stesso anno, ma in quello successivo sì. Dire che si riducono per 5 anni le imposte per generare crescita non ha senso, salvo che non si usi ancora il sistema dei bonus, riducendo la pressione fiscale qua e là, a casaccio, per dare delle mance elettorali. Mi sembra evidente che la teoria di Renzi non regge, perché in realtà vuol dire che intende fare deficit per avere un potere politico, di fatto generando altro debito.

A proposito di debito, come si può ridurlo senza pensare a misure di austerità?

Il debito si può cominciare a ridurre con un piccolo sforzo, diminuendo il deficit/Pil dall'attuale 2,2% all'1,8%. Con l'inflazione e la crescita di Pil che abbiamo ciò sarebbe possibile. L'anno dopo si potrebbe fare un'altra piccola riduzione, un altro 0,3%. Il tutto con piccole operazioni, che non sono tagli di spesa, ma aumenti di spesa minori di quelli che sarebbero dovuti alla crescita di Pil e inflazione. Fare queste operazioni di bilancio quando c'è una crescita monetaria e reale è abbastanza facile.

Resta il fatto che di una riduzione delle imposte ci sarebbe bisogno nel nostro Paese.

Il taglio delle imposte è un'ottima idea, ma si può fare anche a gettito invariato: sul tema ho realizzato uno studio con il mio collaboratore Domenico Guardabascio. Per i contribuenti fino a 50.000 euro l'aliquota sarebbe del 23% e si manterrebbero le attuali detrazioni e deduzioni, che hanno una componente sociale rilevante. Per i redditi più alti, all'aliquota del 23% se ne può aggiungere una del 2% di contributi sanitari e non ci sarebbero però detrazioni e deduzioni. Per i redditi altissimi, si potrebbe arrivare a un 5% di contributi sanitari rispetto all'aliquota base. 

E con questo sistema si favorirebbe la crescita?

Sì, anche perché si farebbe emergere molta economia sommersa, migliorando anche l'occupazione. Con la crescita generata si potrebbero successivamente tagliare altri tributi o concedere esoneri per le classi che ne hanno bisogno o per investimenti meritevoli. È quindi contraddittorio sostenere che ci vogliono 5 anni di alto deficit per generare crescita. Perché se si tagliano le imposte nel modo giusto in un anno o due si ottiene una crescita che fa anche aumentare il gettito e aiuta a diminuire il debito. 

Renzi ha chiarito che le sue proposte valgono per la prossima legislatura. Secondo lei mettono comunque in difficoltà il Governo?

I messaggi di Renzi, in quanto aspirante futuro Premier, non vengono presi alla leggera, ma fanno peggiorare la situazione attuale, perché si comincia a pensare che il debito italiano possa crescere e quindi i titoli di Stato diventano meno appetibili. Quello di Padoan non è quindi tanto un fastidio "intellettuale" o di intromissione: gli si crea un problema economico, perché peggiora il quadro delle previsioni. E se il debito aumenta si crea un nuovo problema per le banche, visti i titoli di Stato che hanno nei loro portafogli.

(Lorenzo Torrisi)

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