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GEO-FINANZA/ Italia, i tagli “obbligati” dal dollaro

L’euro sta continuando a guadagnare nei confronti del dollaro. Questo non offre solo vantaggi per l’Italia. Anzi, spiega CARLO PELANDA, obbliga il Governo ad agire in fretta

Pier Carlo Padoan (Lapresse) Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Il valore di cambio dell’euro contro il dollaro tende a crescere troppo rapidamente - sta puntando verso l’1,20 - e ciò getta un’ombra sulle prospettive dell’export italiano e l’importazione di turismo extraeuropeo. La ripresa dell’economia italiana è trainata non da riforme di efficienza del modello, ma dalla politica monetaria super-espansiva della Bce: sostegno di fiducia esterno al debito italiano, riducendone i costi di rifinanziamento, e, soprattutto, svalutazione competitiva dell’euro.

Mario Draghi ha tentato di convincere i mercati finanziari che la postura espansiva della Bce resterà per almeno due anni, tempo previsto per riportare l’inflazione vicino al 2% dall’1,4% attuale, che è l’obiettivo statutario di stabilità della Bce stessa. Tale previsione è credibile perché i due fattori principali che alzano l’inflazione sono energia importata e salari. Il petrolio tende a restare basso per eccesso di offerta globale sulla domanda e i salari in euro sono piatti. Il mercato, tuttavia, vede una crescita europea superiore a quella americana, prevede che la politica monetaria statunitense resterà espansiva deprimendo il dollaro, dubita che Trump riuscirà a far passare la mega-riforma fiscale promessa, “annusa” che la Germania dopo le elezioni di settembre premerà sulla Bce per un rialzo dei tassi e per la fine dell’acquisto di titoli di debito.

In sintesi, vede l’euro in rialzo. Gli analisti economici con un occhio alla geopolitica, poi, prevedono che un rialzo dell’euro è sostenuto da Berlino per non farsi imputare da Washington di competizione valutaria sleale - l’export tedesco è meno sensibile al cambio - e così evitare dazi selettivi.

Dobbiamo temere per gli interessi italiani? Se il cambio sale, allora l’inflazione importata - in particolare l’energia prezzata in dollari - resterà bassa e ciò permetterebbe di mantenere più a lungo il programma Bce di acquisto dei debiti che, di fatto, garantisce quello italiano, e la stabilità di tutto il sistema finanziario nazionale, altrimenti oggetto di attacchi speculativi perché non sostenuto da crescita sufficiente. Ma senza un cambio favorevole l’export e il turismo italiani potrebbero contribuire di meno al Pil, considerando che la crescita autonoma del mercato interno è irrisoria.

In tale scenario ambiguo si può solo inferire che se nel 2018 la politica economica italiana non toglierà i freni alla crescita, tagliando sostanzialmente tasse, spesa pubblica e almeno un po’ di debito, saranno guai.

www.carlopelanda.com

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