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Economia e Finanza

TERZA GUERRA MONDIALE/ Corea del Nord e Venezuela "recitano" nella sfida tra Usa e Cina

Il dollaro torna a rafforzarsi proprio mentre si accendono i toni con la Corea del Nord, appoggiata dalla Cina, che ha anche interessi in Venezuela. MAURO BOTTARELLI

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TERZA GUERRA MONDIALE. C'è un buona notizia: l'euro è sceso nettamente sotto quota 1,18 sul dollaro e ora punta a varcare al ribasso anche 1,17. Inversione di tendenza nel grado di fiducia verso l'eurozona? No. Almeno, non ancora, ancorché la notizia che Visco abbia posto il segreto di Stato sui contratti derivati stipulati da Ciampi e Draghi non fa propendere per un futuro a breve termine molto roseo, ma, di questo, temo che dovremo parlarne in autunno. Il primo grafico che trovate più in basso ci mostra come la messe record di scommesse speculative al rialzo sull'euro abbia cominciato a sgonfiarsi, ancorché di poco, ma il trend appare qualcosa di più che un riposizionamento a brevissimo, mentre il secondo grafico ci mostra come nell'ultima settimana la valuta che si è apprezzata maggiormente sia lo yuan cinese, fortissimo sul biglietto verde. Inoltre, tenendo sempre gli occhi sui trend di investimento, sono oro e petrolio a beneficiare dell'instabilità sui mercati degli ultimi giorni. 

Bene, tutto questo ci dice una cosa: l'ennesima escalation tra Usa e Corea del Nord questa volta sta davvero impattando sui mercati, ma lo fa, attraverso quanto vi ho mostrato finora, unicamente come proxy di una guerra più seria e reale: quella tra Washington e Pechino. Ricorderete come due settimane fa, prima che ricominciassero il fuoco di fila di minacce di PyongYang e le promesse di reazione degli Usa, Donald Trump pubblicò un tweet nel quale si diceva molto deluso dall'atteggiamento cinese rispetto agli sforzi nel contenimento degli esperimento nucleari nordcoreani. PyongYang, ovviamente, ci aveva messo del suo con i test, l'ultimo dei quali aveva portato i tecnici Usa a dichiarare che la tecnologia sviluppata permetteva ora al regime asiatico di colpire qualsiasi porzione di territorio degli Stati Uniti. 

Trump reagì con il tweet per quella ragione? In parte, ma soprattutto per quanto segnalato nel grafico sottostante, un chiaro segnale di quanto l'atteggiamento cinese verso la Nord Corea scontasse ancora un vecchio regime di relazioni: quel dato del Pil, infatti, senza un massiccio aiuto di Pechino, sarebbe stato impossibile. E se potenze che dovrebbero contenere l'espansionismo atomico nordcoreano, agendo sulla leva economica, operano invece in regime sussidiario di stampo sovietico con Cuba, allora si entra nella logica del doppio gioco. E Washington, oltre al problema di Kim Jong-un che gioca con missili balistici, ha anche quello di una guerra commerciale e valutaria con Pechino che Trump ha sottovalutato, se non negato, per le prime settimane di mandato, ma che ora sta diventando un problema serio. E se il fatto che la scorsa settimana Pechino abbia votato in sede di Consiglio di sicurezza a favore delle nuove sanzioni contro PyongYang può apparire invece una dimostrazione di buona volontà verso Washington, la realtà ci dice che quella mossa è stata solo dissimulazione. 

Anche perché l'America, dalla scorsa settimana, infatti, ha un nuovo presidente ed è diretta emanazione del Deep State. No, non si tratta di un Trump sotto metamorfosi, ma del suo vice, quel Mike Pence che negli ultimi dieci giorni ha girato ex Repubbliche sovietiche e Balcani per perorare la causa della Nato e del nemico russo da sconfiggere, il tutto a meno di un mese dalle più grandi manovre militari dell'esercito di Mosca da decenni, qualcosa come 100mila uomini mobilitati sul confine con l'Europa. Ed è altrettanto chiara la svolta nel fatto che ieri le parole più dure verso PyongYang le abbia pronunciate il generale Mattis, capo del Pentagono e uomo che nella vita ha due soli nemici giurati: Iran e Cina. 

Sarà davvero guerra diretta a rischio nucleare? Kim Jong-un davvero tenterà di colpire la base Usa nelle Isole Guam? Io non credo. Credo però che la tensione serva e serva sempre più alta: l'America vuole inviare un segnale alla Cina, molto chiaro e diretto. Un segnale talmente importante e politico che necessita della deterrenza delle armi per essere inviato: non a caso, proprio ieri gli Usa hanno inviato la nave da guerra USS John McCain nel Mare Cinese del Sud, a sole 12 miglia dall'isola artificiale di Spratly, una di quelle che ha acceso ancora di più la contesa con Washington, essendo stata armata ed equipaggiata di tutto punto. Ma, se vi ricordate, vi ho detto che in questi giorni di tensione, a beneficiare di acquisti sono anche oro e petrolio. Il primo è il bene rifugio per antonomasia che tesaurizza le aspettative di crisi reale, quindi nessuna sorpresa. Ma il petrolio? Cosa c'entra? La Corea del Nord non è produttore, quindi non vi sarebbe nessuna ripercussione positiva su un mercato già saturo. 

C'entra, ma anche in questo caso, come sempre più spesso in questo periodo di guerre ibride e asimmetriche, in modalità proxy. Proprio ieri, infatti, l'Opec ha dovuto dire addio alla sua bufala del congelamento della produzione - come vi ho detto fin dall'inizio - e ammettere che, con l'aumento della produzione libica (strano in un contesto di instabilità come quello del Paese nord-africano, non vi pare? Forse ora è più chiaro l'interventismo da pirata di Emmanuel Macron), la produzione totale del cartello dei produttori è salita a 32,87 milioni di barili al giorno, il massimo da inizio anno. Quindi, altra saturazione. A questo punto, il ragionamento dei grandi player comincia a essere altro: ovvero, non giocare sul breve per far salire il prezzo, ma ragionare sul lungo per diventare monopolista. E chi unisce in sé il ruolo di possessore delle maggiori riserve petrolifere al mondo e di proxy, politico-energetico, tra Pechino e Washington? Il Venezuela, forte dei suoi 298 miliardi e 400 milioni di barili, 30 miliardi più dell'Arabia Saudita. E la Cina, che negli anni ha operato prestiti cash-for-oil con il regime di Chavez prima e Maduro poi, ha le proprie mani saldamente su quel petrolio: a meno che la situazione non precipiti in qualche modo e gli Usa non siano pronti a intervenire in "difesa" della popolo venezuelano. 

Insomma, sotto traccia stanno accadendo sommovimenti epocali. Quindi, guardiamo ovviamente a PyongYang, ma attenzione a non perdere di vista Caracas, l'ombelico del war-game potrebbe essere lì. Tanto per disorientare tutti.  

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