BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Il debito pubblico record e quei 5 anni persi

Il nuovo record assoluto del debito pubblico, la sua crescita negli ultimi cinque anni e il peso della spesa centrale interrogano sul futuro della politica finanziaria. NICOLA BERTI

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (LaPresse)Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Il dato sul debito pubblico italiano a giugno (2.281,4 miliardi, 2,2 in più rispetto a fine maggio) non lascia scappatoie. In termini assoluti è un dato record e la sua crescita percentuale negli ultimi cinque anni (arco temporale politicamente significativo nella lunga vigilia elettorale) è stata del 15 per cento. A fine 2012 (il secondo anno peggiore della Grande Recessione italiana, -1,45%) il rapporto debito/Pil si assestò a 123,1%. Il parametro-Ue da allora è ulteriormente peggiorato: fino a 134,8% nel 2015. Neppure gli accenni di ripresa zero-virgola hanno riportato il valore al di sotto della soglia del 130%, rilevante per Bruxelles (ancora sopra 131 la stima 2017 e sopra 130 nel 2018). Certamente - ma quella del Bollettino Bankitalia è stata solo l'ultima conferma - la mancata ripresa ha sì mantenuto basso il denominatore, nel frattempo tuttavia anche il numeratore è rimasto fuori controllo: lungi dall'essere almeno governato nella crescita tendenziale.

L'analisi "in sedicesimo" dell'andamento mensile maggio/giugno 2017 può sembrare banale, ma proprio per questo non è priva di indicazioni. Aumenta il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (8,4 miliardi): pesano soprattutto quelle centrali (4 miliardi), mentre è neutro l'impatto dei conti degli enti previdenziali e cala il fabbisogno degli enti locali. E mentre il debito sale scendono gli incassi per l’Erario nel primo semestre dell’anno (-5,8%) anche se il dato va depurato dall'effetto-slittamento delle scadenze per il versamento di alcune imposte.

Nel "non detto" del Bollettino Bankitalia c'è naturalmente il "contributo zero" alla voce "privatizzazioni", mentre opportuna segnalazione viene data al quasi-minimo storico dello stock di debito pubblico detenuto da investitori non italiani. Il primo dato è il risultato di una precisa scelta politica dell'ultimo governo Renzi (bloccare la seconda tranche di collocamento Poste e l'offerta iniziale di azioni Fs), mentre il secondo è sicuramente una spia d'allarme: benché la stanchezza generalizzata dei mercati per i bond governativi e corporate sia più un fatto che un giudizio nel corso della lunghissima archiviazione dei vari "quantitative easing" da parte dei banchieri centrali. Un periodo - quello assicurato dalla Bce di Mario Draghi anche al suo Paese d'origine - che l'Italia ha fatto male a considerare "interminabile": avrebbe fatto invece meglio a profittarne per mettere sotto controllo il suo debito. Cosa che il prossimo governo non potrà non fare: prevedibilmente obbligato sia dalla "nuova Europa" in cantiere, sia dalla fine dei tassi zero sui mercati.

© Riproduzione Riservata.