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Economia e Finanza

INCHIESTA ALITALIA/ I buchi nella procedura di salvataggio

Nel gestire l'ultima crisi di Alitalia si sta seguendo una procedura corretta? UGO ARRIGO prova a rispondere a questa domanda e le conclusioni non sono confortanti

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ALITALIA. Un allievo interessato alla questione Alitalia mi ha posto di recente una domanda di grande interesse: nel gestire l'ultima crisi aziendale si sta seguendo una procedura corretta? La domanda si può formulare anche in un modo diverso: nel gestire la crisi si sta seguendo in maniera corretta la procedura che più sia adatta al caso specifico? Provo a rispondere in questo articolo, dovendo tuttavia premettere che la domanda non è semplice e la risposta è di necessità articolata. Essa richiede inoltre di fare riferimento, seppur nella forma più semplice possibile, all'insieme delle norme in vigore e di comprendere il loro significato e gli obiettivi a cui sono finalizzate.

Il punto di partenza che richiede l'intervento dei pubblici poteri, giudiziari e amministrativi, nella gestione di un'azienda è lo stato d'insolvenza della medesima, il quale identifica la condizione nella quale il gestore non è più in grado di adempiere alle proprie obbligazioni, ad esempio pagare con regolarità i propri fornitori e dipendenti. Lo stato d'insolvenza, accertato dal giudice, può dar luogo a differenti conseguenze delle quali la più semplice è il fallimento dell'imprenditore, come previsto dalla legge fallimentare italiana (il Regio Decreto n. 267 del 1942, ripetutamente modificato nel tempo).

Nel caso del fallimento il principale obiettivo della procedura è la liquidazione, consistente nella cessione degli attivi e nell'utilizzo del ricavato per rimborsare le differenti categorie di creditori. Nel caso tuttavia di grandi imprese in crisi la Legge Prodi del 1979, sostituita nel 1999 dalla Legge Prodi bis (D. L.vo n. 270), ha introdotto la procedura di amministrazione straordinaria, una procedura concorsuale finalizzata non a liquidare l'azienda, ma a conservarne l'attività produttiva attraverso il recupero dell'equilibrio economico e finanziario. Come recita l'art. 1, "l'amministrazione straordinaria è la procedura concorsuale della grande impresa commerciale insolvente, con finalità conservative del patrimonio produttivo, mediante prosecuzione, riattivazione o riconversione delle attività imprenditoriali".

La procedura è applicabile alle imprese con un numero di lavoratori subordinati non inferiore alle 200 unità e con debiti totali non inferiori ai due terzi del valore dell'attivo e ai due terzi del valore dei ricavi dell'ultimo esercizio (art. 2). L'ammissione alla procedura è stabilita e guidata dal giudice. Il ministero dell'Industria esercita la vigilanza sulla medesima e designa, su invito del giudice, uno oppure tre commissari giudiziali (art. 7), tuttavia il giudice svolge il ruolo principale per tutto il corso della procedura. 

Le imprese insolventi sono ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria solo qualora presentino concrete prospettive di recupero dell'equilibrio economico della gestione imprenditoriale (art. 27). L'ammissione non è immediata, dato che tale condizione deve esser preliminarmente verificata dal commissario giudiziale e documentata in una relazione al giudice, da presentarsi entro 30 giorni dalla dichiarazione dello stato d'insolvenza, nella quale il commissario descrive anche le cause dell'insolvenza. Il riequilibrio deve potersi realizzare in via alternativa: a) tramite la cessione dei complessi aziendali sulla base di un programma di prosecuzione dell'impresa di durata non superiore all'anno; b) tramite la ristrutturazione economico-finanziaria dell'impresa sulla base di un programma di risanamento di durata non superiore a due anni; c) per le società operanti nel settore dei servizi pubblici essenziali anche tramite la cessione di complessi di beni e contratti sulla base di un programma di durata non superiore a un anno. In base alla reazione il tribunale valuta, sentito il ministro dell'Industria e le parti interessate che lo desiderano, se le prospettive di risanamento siano concrete; in tale ipotesi apre l'amministrazione straordinaria, mentre in caso contrario dichiara il fallimento (art. 30).

La linearità e chiarezza delle previsioni della Legge Prodi bis è stata alterata nel 2003 da un nuovo provvedimento normativo, il D. L.vo n. 347 del 2003 noto anche come Legge Marzano, il quale ha stabilito una procedura differente per l'amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi, quelle con almeno 500 dipendenti e 300 milioni di debiti. La nuova procedura non è più guidata dal giudice, bensì direttamente dal ministro dell'Industria. È a esso infatti che si rivolge l'impresa, e così è stato il 2 maggio scorso nel caso di Alitalia, per ottenere direttamente l'ammissione all'amministrazione straordinaria ancor prima che il giudice attesti separatamente lo stato d'insolvenza. In tal modo viene meno la valutazione preventiva da parte del commissario giudiziale della sussistenza di prospettive di riequilibrio economico-finanziario, da realizzarsi attraverso la ristrutturazione aziendale oppure la cessione dei complessi aziendali. Al suo posto è invece previsto che entro 180 giorni dall'avvio della procedura, dunque nel nostro caso entro i primi di novembre, il commissario presenti al ministro un programma redatto secondo uno degli indirizzi previsti, e cioè di ristrutturazione aziendale oppure di cessione dei complessi aziendali (art. 4). "Contestualmente il commissario presenta al giudice delegato la relazione contenente la descrizione particolareggiata delle cause di insolvenza..., accompagnata dallo stato analitico ed estimativo delle attività e dall'elenco nominativo dei creditori, con l'indicazione dei rispettivi crediti e delle cause di prelazione".

In sostanza l'accertamento delle cause dell'insolvenza non è più un prerequisito indispensabile per l'ammissione all'amministrazione controllata, assieme alla verifica delle prospettive di risanamento economico, ma viene posticipato a un momento nel quale sarà divenuto completamente inutile al fine della definizione del percorso di riequilibrio migliore: infatti, in quel momento i commissari straordinari avranno già deciso, in totale autonomia e senza alcun esame preventivo di terzi, se intraprendere la strada della cessione oppure quella differente della ristrutturazione aziendale. Provo a riepilogare le differenze:

1) Con la Prodi bis il giudice nomina un commissario il quale accerta le cause dell'insolvenza e valuta se e come la gestione industriale possa essere riequilibrata, nel qual caso chiede l'apertura dell'amministrazione straordinaria. Il giudice valuta autonomamente, sentendo il ministro dell'Industria e le parti interessate, e decide.

2) Con la Marzano è il Ministro che apre l'amministrazione straordinaria, senza necessità che le cause del dissesto, né le prospettive di riequilibrio siano preventivamente accertate in maniera rigorosa e da un soggetto terzo. La decisione può dunque essere di tipo politico, anziché di tipo tecnico (economico e giuridico).

La seconda procedura, utilizzata nel caso di Alitalia, perde decisamente in rigore e trasparenza rispetto alla prima. Ma almeno è stata sinora seguita con precisione e completezza? Direi proprio di no, non essendo stato rispettato il disposto delle norme vigenti. Vediamo in dettaglio. Il decreto 347 del 2003 (Marzano) prevede all'art.8 che "per quanto non disposto diversamente dal presente decreto, si applicano le norme di cui al decreto legislativo n. 270, in quanto compatibili", dunque quelle della Prodi bis che a sua volta recita all'art. 5: "L'imprenditore che chiede la dichiarazione del proprio stato di insolvenza deve esporre, nel ricorso, le cause che lo hanno determinato, segnalando ogni elemento utile ai fini della valutazione dell'esistenza dei requisiti e delle condizioni indicati negli articoli 2 e 27 (rispettivamente: parametri d'impresa previsti per l'ammissibilità e prospettive di riequilibrio). L'imprenditore deve altresì depositare presso la cancelleria del tribunale: a) le scritture contabili; b) i bilanci relativi agli ultimi due esercizi…; c) una situazione patrimoniale aggiornata a non più di trenta giorni anteriori alla data di presentazione del ricorso (…)". Molte di queste cose non sono state tuttavia depositate:

1) Manca il bilancio del 2016, assai più utile di quello del 2015 per comprendere sia le ragioni del dissesto, sia, conseguentemente, le eventuali prospettive di recupero.

2) La situazione patrimoniale depositata al Ministero il 2 maggio, che presumibilmente è identica a quella presentata al Tribunale lo stesso giorno, è al 28 febbraio 2017, dunque risale a oltre 60 giorni anteriori.

3) Non risulta dai documenti resi noti che sia stata depositata la contabilità.

4) Le cause presunte del dissesto sono descritte nell'istanza presentata al Ministero, tuttavia nessuna di esse è riferita specificamente ad Alitalia e ai periodi più recenti, trattandosi di fattori generici che rendono il mercato del trasporto aereo più incerto e tendenzialmente meno remunerativo di altri. Su di esse vale la pena di ritornare dato che non spiegano in nessun modo il caso specifico che dovrebbero invece spiegare.

Peraltro il successivo art. 8 stabilisce che "con la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza il tribunale: (…) ordina all'imprenditore di depositare entro due giorni in cancelleria le scritture contabili e i bilanci, se non vi si è provveduto a norma dell'articolo 5, comma 2". Ma di questa prescrizione non vi è traccia nella sentenza in oggetto. 

Proviamo a questo punto a trarre qualche conclusione e porre qualche domanda:

1) "Portare i libri in tribunale" è un modo di dire diffuso, riferito a imprese in crisi, tuttavia Alitalia sembra essere il primo caso di cui si ha notizia di impresa in crisi che ha portato i libri in tribunale senza tuttavia portarli.

2) Delle vere ragioni del dissesto di Alitalia neanche gli esperti del settore sanno nulla. Forse ce le diranno i commissari a novembre, tuttavia quando la procedura di cessione dovrebbe essere già conclusa.

3) Se non sono note le cause del dissesto, com'è possibile credere a scatola chiusa che siano rimediabili e dunque che giustifichino l'amministrazione controllata?

4) E com'è possibile stabilire che la cessione dei complessi aziendali, che si è perseguita senza indugio sin dall'inizio, sia preferibile rispetto all'altro percorso utilizzabile, quello di una preventiva ristrutturazione aziendale?

5) Inoltre, se non sono note le cause del dissesto e con tutte le carenze informative sopra indicate, com'è possibile pensare che vi siano candidati all'acquisto al buio dei complessi aziendali? Ovviamente candidati diversi da chi precedentemente ha gestito l’azienda, dato che in tal caso non si può certo parlare di carenza d'informazione.

Consoliamoci per ora con l'unica certezza che abbiamo: Alitalia rappresenta una crisi d'impresa esoterica alla quale i pubblici poteri hanno voluto rispondere con un percorso non meno esoterico di soluzione. Non essendo palesemente seguaci del motto einaudiano "conoscere per deliberare" potrebbero esserlo assai più, per tutto ciò che hanno preferito sinora non farci sapere, dell'orwelliano "l'ignoranza è forza". Il duale dell'ignoranza dei sudditi è infatti sicuramente forza per chi decide.

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