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SPY FINANZA/ Da Rosneft alla Guinea, le mani della Cina sul mondo

La Cina sta letteralmente mangiandosi il mondo. E il mondo sta a guardare. Anzi, l'Europa, per l'esattezza. Ecco tutti i cantieri aperti del Dragone. MAURO BOTTARELLI

Xi Jinping e Vladimir Putin (LaPresse) Xi Jinping e Vladimir Putin (LaPresse)

La Cina sta letteralmente mangiandosi il mondo. E il mondo sta a guardare. Anzi, l'Europa, per l'esattezza. Mentre i troppi fronti geopolitici aperti sembrano far muovere le pedine politiche come atomi impazziti senza meta, infatti, Pechino si muove con precisione chirurgica. E, oltretutto, prendendo in giro il mondo. Avrete infatti letto sui giornali come il governo cinese, in vista del Congresso del Partito Comunista del 18 ottobre, starebbe ponendo la mordacchia ad acquisizioni estere e piani di espansione delle aziende del Dragone, quasi si volesse inviare un segnale di austerity al mondo. E' l'esatto contrario. Il problema è che qui il problema viene affrontato soltanto attraverso la ridicola lente d'ingrandimento dei possibili futuri problemi di budget di Milan e Inter, mentre sono i destini stessi degli equilibri economici globali a essere in piena ridiscussione. 

Partiamo dal nodo del futuro, l'e-commerce. Vi ho già detto in passato come l'espansione senza freni di Amazon stia devastando il mercato retail Usa a causa dell'ondata deflazionistica che il ruolo ormai monopolista dell'azienda di Jeff Bezos sta prendendo nel mercato del futuro, quello appunto del commercio in Rete. Bene, la concorrente cinese di Amazon, Alibaba di Jack, ha già pronta la risposta: "More Mall", 40mila metri quadri di super-centro commerciale su cinque piani destinato a cambiare gli assetti. In una corsa al futuro, guardando al passato, il virtuale diventa reale. Al massimo potenziale. 

"More Mall" è infatti tre cose insieme: ospiterà i negozi dei marchi già made in Alibaba e distribuiti attraverso la piattaforma online di Taobao ma anche poi i negozi di altri brand cinesi e probabilmente internazionali. E terzo, perché ospiterà anche uno, e si suppone il più grande, di quella dozzina di Hema Supermarket che sono già diffusi da Pechino a Shanghai. Hema è una specie di Grande Fratello del supermaket: ogni prodotto è digitalizzato ma non solo con il semplice barcode che in tutto il mondo permette di passarlo alla cassa, qui è lo stesso cliente che con la app di Hema "legge" le informazioni del prodotto e se lo porta direttamente a casa pagando sempre via app e naturalmente grazie a Alipay, che a differenza di ApplePay non è solo un'applicazione collegata alla tua carta di credito ma è la tua carta di credito, collegata cioè ai servizi bancari di Alibaba che l'anno scorso hanno gestito la bellezza di 1 miliardo e 700 milioni di dollari in pagamenti.

E mentre Alibaba prepara la sfida commerciale, è già aperta quella energetica. La lunga marcia di avvicinamento di Pechino verso Rosneft si è infatti conclusa con l'annuncio dell'ingresso cinese nel capitale del colosso petrolifero russo, il primo al mondo tra le compagnie quotate. Uno dei più consistenti investimenti cinesi in Russia. Cefc (China Energy Corporation), un conglomerato privato in rapida ascesa nel mondo cinese dell'oil & gas, acquisirà una quota del 14,16% di Rosneft pagando, stando quanto riportato dall'agenzia Reuters, 9,1 miliardi di dollari. Il presidente di Rosneft, Igor Sechin, stretto alleato di Vladimir Putin, ha spalancato le braccia ai nuovi azionisti:?"Per noi è un avvenimento importante — ha detto, intervistato dalla tv russa —, che dà un assetto definitivo alla struttura azionaria della compagnia. E siamo lieti che si tratti proprio di una corporation cinese. Ci auguriamo che la cooperazione con questo partner ci dia la possibilità di realizzare delle sinergie". 

Sechin ha aggiunto di ritenere che il calo del dollaro nei confronti dell'euro avesse reso troppo oneroso per Qia e Glencore il rimborso del debito contratto. Nella proprietà di Rosneft non cambia la quota di maggioranza detenuta dallo Stato russo, con il 51%, né quella in mano alla britannica Bp (19,8%). Scende invece al 5,2% la partecipazione del 19,5% della holding Qhg, divisa tra la Qatar Investment Authority (Qia) e il trader Glencore. Il consorzio era entrato in Rosneft nel gennaio scorso tramite un'operazione di cui è stata advisor Intesa Sanpaolo, finanziando il consorzio con un prestito di 5,2 miliardi di euro. E la mossa cinese è strategica anche da un altro punto di vista: a fine ottobre il re saudita sarà per la prima volta in Russia per incontrare Vladimir Putin e al centro della visita ci sarà l'interesse proprio di Rosneft a entrare nell'azionariato di Aramco, azienda petrolifera di Stato di Ryad che il prossimo anno subirà un parziale processo di privatizzazione. Nell'accordo, Aramco investirà capitali nei progetti estrattivi nell'Artico. 

Insomma, un ribaltamento di assetti che rischia di disintegrare l'Opec e porre le basi per un nuovo cartello energetico globale, che include anche il fruttuoso mercato del gas naturale liquefatto (Lng) e che vedrà proprio Russia e Cina a tirare le fila e non più i Paesi del Golfo, oltretutto ancora ai ferri corti con il Qatar: non a caso al vertice dei Brics conclusosi martedì scorso, la Cina ha lanciato l'idea di futures petroliferi in yuan convertibili in oro. Ovvero, addio al regime del petroldollaro. 

Ma non basta, perché nel silenzio generale, la scorsa settimana Pechino ha garantito un prestito da 20 miliardi di dollari per 20 anni alla Guinea in cambio di concessioni esclusive sulla bauxite, un minerale di cui la nazione africana è ricchissima, atto che è prodromico a tre progetti minerari di lungo termine della China Power Investment attraverso la Aluminium Corp of China e la China Henan International Cooperation Group. Il tutto, reso possibile dall'abbandono di quelle aree da parte di soggetti occidentali, ultimo dei quali la BHP Billiton nel 2013. Minerali e terre rare, il futuro del mondo e della tecnologia: di fatto, monopolio cinese. E, oltretutto, anche a buon fine, se così si può dire in questo periodo di tema migratorio: i soldi del prestito cinese serviranno infatti a dar vita a un mega-piano infrastrutturale per il Paese africano, a partire da strade e ferrovie fino alla distribuzione elettrica. 

E non è un caso che una delle aziende più all'avanguardia al mondo, Facebook, stia spingendo per entrare a forza proprio sul mercato cinese. Il social network di Mark Zuckerberg ha assunto il manager e funzionario cinese William Shuai per curare i rapporti con il governo di Pechino. Lo riportava il Wall Street Journal, sottolineando che Shuai arriva da Linkedin e ancora prima lavorava per Baidu. Shuai ha anche lavorato direttamente per il governo cinese nella Commissione per lo sviluppo e le riforme: Shuai lavorerà con Wang-Li Moser, il rappresentante di Facebook nel Paese. Il social network è bloccato in Cina dal 2009 ma Zuckerberg ritiene che Pechino sia centrale per la crescita della società e ha rafforzato gli sforzi per conquistare il mercato. 

E i dati macro cinesi parlano chiaro, segnalando nuovi segnali di tenuta dell'economia, la quale ad agosto ha segnato una crescita delle importazioni al di sopra delle aspettative, sostenute anche dallo yuan forte, mentre le esportazioni hanno rallentato, ai minimi da febbraio scorso. Stando ai dati denominati in yuan, la valuta cinese, diffusi dall'Amministrazione Generale delle Dogane cinese, l'export di Pechino è cresciuto del 6,9% il mese scorso, a quota 1.350 miliardi di yuan, mentre le importazioni hanno registrato una crescita del 14,4%, a 1060 miliardi di yuan. Complessivamente, il surplus commerciale è calato del 14% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a 286,5 miliardi di yuan. Più contenuti gli aumenti nei dati in dollari: ad agosto le esportazioni sono aumentate del 5,5% a 199,2 miliardi di dollari, contro una prospettiva degli analisti di Bloomberg di una crescita del 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre l'import di Pechino ha registrato il mese scorso un balzo del 13,3% a 157,2 miliardi di dollari, al di sopra delle attese, che lo davano in crescita del 10%. Il surplus commerciale è di 41,99 miliardi di dollari, contro i 50,1 miliardi dell'agosto 2016. 

I dati segnalano una fase di espansione dell'economia di Pechino, che ha registrato una crescita del 6,9% nei primi sei mesi dell'anno, per la prima volta dal 2010 in accelerazione rispetto all'anno precedente. Gli analisti non escludono, però, la possibilità di un nuovo rallentamento nella seconda parte del 2017, dovuto soprattutto alle misure del governo per ridurre il debito e a un progressivo raffreddamento del settore immobiliare, segnalato come una fonte di rischio finanziario in un recente rapporto del centro di ricerche della banca centrale cinese, la People's Bank of China. Ma al di là dei numeri, quel dato dell'export è tutto politico: ovvero, il piano di Xi Jinping di rivoluzionare completamente l'impostazione dell'economia nazionale, abbandonando la sovra-produzione e le esportazioni per un'economia di consumi interni e servizi. Un piano enorme, un qualcosa di epocale ma che potrebbe avere un suo atto prodromico in vista tra poche settimane, quando al congresso del Partito Comunista, il leader arriverà con l'intenzione di blindare il Comitato centrale, visto che 5 dei suoi 7 membri con ogni probabilità verranno "pensionati" e che, ad oggi, non esiste un'opposizione organizzata alla linea di Jinping. Il fatto che Donald Trump abbia incaricato il Dipartimento del Commercio Usa di organizzare un suo viaggio in grande stile nel Paese, con al seguito la creme dell'imprenditoria a stelle e strisce, parla chiaramente la lingua della volontà strisciante e sotterranea, nonostante il falso proxy di litigio della Corea del Nord, di una Yalta 2.0 economico-commerciale in fieri, ovvero la spartizione degli equilibri globali tra Usa e Cina, questa volta in maniera non paritetica ma con Pechino che può vantare il fatto di tenere il coltello dalla parte del manico, non fosse altro per le detenzioni miliardarie di Treasuries Usa in un momento delicatissimo per il debito statunitense, vista la scadenza di fine settembre per il debt ceiling federale.

Insomma, il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi, giorno per giorno. E noi non ce ne accorgiamo. Poi non lamentiamoci o attacchiamo gli scorretti cinesi, se ci troveremo ad essere comprimari che pagano dazio agli interessi altrui. L'Europa è, oggi più che mai, un nano commerciale ed economico. Prendiamone atto.

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