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Economia e Finanza

FINANZA/ Elezioni e trasformismo, il rebus di capodanno

Il 2018 sarà un anno di elezioni per l’Italia. E potrebbe proseguire il trasformismo politico già in atto. Con effetti che potrebbero essere economicamente negativi. GIUSEPPE PENNISI

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Si sta aprendo un nuovo anno. Come sottolineato nelle ultime settimane su questa testata, e come enfatizzato dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa con cui si è chiuso il 2017, i segnali economici sono moderatamente incoraggianti. La crescita iniziata l’anno scorso dovrebbe irrobustirsi, specialmente se l’economia internazionale fornisce un traino all’eurozona, e, quindi, all’Italia. È un anno elettorale e i risultati economici dipenderanno, quindi, anche dal contesto politico e della politiche economiche che verranno messe in atto. Per il momento, non si conoscono con sufficiente dettaglio i programmi delle forze politiche che si contendono la guida del Paese.

Con la legge elettorale denominata Porcellum, con cui cinque anni fa è stata eletta la XVII legislatura, si pensava che sarebbe uscito un quadro politico chiaro. Invece, la legge era stata concepita per un sistema bipolare ove non bipartitico, mentre le elezioni hanno dimostrato che l’Italia era ormai divisa in tre forze politiche quasi di pari grandezza e che con esagerato premio di maggioranza (giudicato incostituzionale dalla Consulta) con una manciata di voti si conquistava uno dei rami del Parlamento. Quindi, abbiamo avuto nei cinque anni, tre Governi, maggioranze cangianti e un uso abnorme del “voto di fiducia” per fare progredire l’azione legislativa. Il clima è stato di continua incertezza.

La XVII legislatura è stata caratterizzata da un altro fenomeno. L’Associazione Open Polis ha censito ben 566 cambi di gruppo parlamentare, portati a termine da 347 parlamentari, il 35,53% degli eletti. Montecitorio ha totalizzato 313 cambi di gruppo, con 207 deputati coinvolti, il 32,86% del totale. A Palazzo Madama invece gli spostamenti sono stati 253, con 140 senatori transfughi (il 43,57%). In 57 mesi di legislatura, ci sono stati 9,58 cambi al mese. Rispetto allo scorso quinquennio (2008-2013), la media è più che raddoppiata: nella XVI legislatura i cambi di casacca al mese erano infatti 4,5. Nella XVII, un parlamentare ha cambiato dieci gruppi, ossia mediamente due l’anno.

Parte di questi cambiamenti sono avvenuti negli ultimi mesi ove non settimane a ragione di nuove aggregazioni tra forze politiche, stimolate anche della normativa sulla raccolta di firme per presentare liste che non abbiamo già una rappresentanza in Parlamento. È lecito, però, chiedersi se non si stia tornando al trasformismo che caratterizzò, per un non breve periodo, i Governi e la vita parlamentare della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, sino alle soglie della Prima guerra mondiale. Agostino Depretis, il cui nome è quello più frequentemente associato al fenomeno del trasformismo, lo teorizzò e decantò quelli che riteneva fossero i suoi pregi: “Mentre si era soliti dire che il Governo rappresentava un partito, noi intendiamo governare nell’interesse di tutti ed accetteremo l’appoggio di tutti gli uomini onesti e leali, a qualsiasi gruppo appartengano”. E ancora: “Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella feconda trasformazione delle parti liberali della Camera (allora era l’unico ramo del Parlamento a votare la fiducia al Governo, ndr) che vorranno a costituire quella tanto invocata salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia della Camera, sostituisce per proprio segnacolo un’idea comprensiva, vecchia come il mondo, come il moto sempre nuova: il progresso”.

Attenzione, nel corso della XVII legislatura, un Presidente del Consiglio ha ventilato l’idea di cambiare il nome del Partito democratico in Partito della Nazione, una formazione catch all, ossia “acchiappa voti” (e “acchiappa parlamentari”) senza orpelli ideologici o chiara Weltanschauung. Le giustificazioni apportate non erano differenti da quelle del brano di Depretis che si è citato. L’idea - occorre dirlo - è subito rientrata.

Il trasformismo sarà anche una caratteristica della XVIII legislatura? Difficile fare un pronostico sino a quando non si conosceranno gli esiti delle elezioni in calendario la prossima primavera. Dato che i sondaggi indicano che nessuna coalizione o forza politica avrà la maggioranza, è possibile ipotizzare cambiamenti di gruppi parlamentari al fine di facilitare la formazione e la tenuta di un Governo per la Repubblica.

Il trasformismo di fine Ottocento-inizio Novecento ha favorito il progresso, come ipotizzato da Depretis? Senza dubbio, è stato associato con una fase di trasformazione dell’Italia, da poco unificata. Alcuni storici economici attribuiscono al fenomeno un ruolo non solo nell’infrastrutturazione del Paese (grazie all’intervento pubblico) e all’industrializzazione (tardiva rispetto al resto d’Europa e agevolato dal protezionismo e da leggi di incentivazione, nonché da ambizioni internazionali e coloniali.

Basta, però, conoscere qualche dettaglio della storia del periodo, o leggere qualche romanzo parlamentare dell’epoca (ad esempio, L’Imperio di Federico De Roberto), per sapere che gli intenti del trasformismo non erano sempre così nobili e che l’epoca fu costellata di scandali, particolarmente nel settore bancario fragile e mal gestito. I crac del Credito Mobiliare, della Banca Generale e soprattutto della Banca Romana mostrano come il trasformismo non avesse mirato a curare gangli vitali per il progresso.

Oggi l’industria italiana è alle prese con l’integrazione economica internazionale e con l’agguerrita concorrenza che ne consegue. La recente inchiesta parlamentare sul sistema bancario ha messo in luce le fragilità del nostro sistema bancario e l’urgenza di una normativa che consenta di ottenere una più stretta collaborazione tra gli organi di vigilanza, della creazione di un organo collegiale per la risoluzione delle crisi bancarie, e maggiore trasparenza nei confronti dei clienti. Il trasformismo e la mancanza di una chiara politica economica potrebbero essere un freno e non un acceleratore del rafforzamento della crescita.

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