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Economia e Finanza

FINANZA/ Ecco perché i mercati "ignorano" le elezioni in Italia

Manca poco alle elezioni, i programmi elettorali sono improntanti all’aumento del deficit, è alta la probabilità di ingovernabilità, ma i mercati se ne infischiano. PAOLO ANNONI

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Tra meno di due mesi l’Italia andrà al voto e la campagna elettorale è già nel vivo. Le incertezze sull’esito elettorale e soprattutto sulla successiva composizione delle camere sono una costante del dibattito da molti mesi. La campagna elettorale ha finora bucato la cronaca e la politica internazionale con alcuni annunci a effetto finiti sulle prime pagine: le tasse universitarie, la riforma Fornero e persino l’euro. L’unica certezza è che i mercati rimangono indifferenti. La borsa di Milano rimane inserita nei trend internazionali e continentali. La cronaca recente ha smentito le previsioni funeste che venivano fatte a ridosso di eventi politici italiani e non solo. Per mesi in Italia si è creduto che una vittoria al referendum del dicembre 2016 sarebbe coincisa con crolli borsistici; non solo non è successo niente, ma anzi la borsa è salita. Esattamente come con l’elezione di Trump, completamente inattesa, che ha partorito un rally da record ed esattamente come accade in queste settimane con le difficoltà tedesche a produrre un governo. Il mercato è vaccinato e non si fa più “fregare” da un certo rumore di sottofondo.

Ogni indicatore economico testimonia che l’Italia sta molto peggio del 2011 e che continua, inesorabilmente, a fare peggio degli altri Paesi europei. La capacità industriale non ha mai neanche lontanamente recuperato quanto perso nelle crisi del 2008 e del 2011, i dati sulla disoccupazione giovanile e sull’emigrazione all’estero sono drammatici e settori strategici, per esempio quello bancario, sono in crisi. In un certo senso le preoccupazioni sull’Italia dovrebbe essere ai massimi; il dibattito che ci si aspetterebbe è sulle azioni necessarie per rilanciare l’economia, posto che le iniezioni di austerity e la soppressione delle tutele non hanno funzionato. Le privatizzazioni sono una costante da vent’anni e hanno prodotto uno scenario in cui la gente non riesce più a pagare l’autostrada. La stessa appartenenza a euro ed Europa sono una questione; non tanto perché l’Europa è cattiva in quanto tale, ma perché l’Italia ha ogni oltre evidenza subito lo squilibrio tra periferia e centro con l’Europa che chiude gli occhi sugli aiuti di stato francesi e tedeschi, sul loro protezionismo, sulle loro violazioni degli accordi europei e invece è inflessibile con l’Italia.

Dovremmo concludere che esiste un “problema Italia” e che la questione di un suo ritorno allo sviluppo non sia risolta. Ci aspetteremmo che la confusione politica sia in termini di povertà di idee che di incertezza bastasse per fare da innesco per un aumento della volatilità sull’Italia.

Dovremmo invece avere in mente come si sono generate le ultime crisi italiane. Le ultime crisi italiane sono state un prodotto di fattori esterni; nel 2008 con Lehman e nel 2011 con i partner europei che vincevano, a danno dell’Italia, una partita di riequilibrio dei poteri tutta interna all’Europa. La crisi del 2011 veniva risolta in due trimestri; una volta ottenuto il riequilibrio in favore dell’Europa core via dimissioni dell’ultimo presidente del consiglio italiano eletto, applicazione bieca dell’austerity e inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio. I trend di finanza pubblica americani o francesi non sono meno preoccupanti di quelli italiani; o meglio lo sono di meno perché questi Paesi hanno ancora la possibilità di proteggere il loro apparato produttivo, gli americani che hanno aumentato il debito pubblico di oltre il 50% (dal 62,5% del 2007 al 106,1% del 2016), abbassano le tasse e hanno uno Stato che li difende grazie alla banca centrale e a una politica che impedisce il saccheggio o la distruzione dei settori chiave; lo stesso accade in Francia. L’economia italiana sarebbe meno preoccupante se lo Stato italiano fosse stato in grado di salvare le sue banche.

L’Italia oggi non può farsi del bene o del male perché non decide nulla di ciò che è veramente importante. Non decide delle sue banche, non decide del suo deficit, non decide della sua politica estera e nemmeno della sua politica industriale. Decide chi ha oggi il potere in Europa e sull’Italia e lo esercita, ovviamente, per i propri interessi. L’Italia non può decidere di sforare neanche di un decimo di punto del suo deficit per fare un’opera infrastrutturale in Calabria, un investimento, o per salvare una banca in Veneto. Tagliare lo stato sociale o fare efficienza senza poter controbilanciare è un suicidio economico ed elettorale in un Paese con la disoccupazione al 10%; il buon senso suggerisce che per uscirne bisognerebbe partire dagli investimenti. Ma questo è un discorso secondario: il mercato sarebbe spaventato se fosse in discussione il quadro in cui è l’Italia o perché l’Italia ha la forza di cambiarlo, per esempio uscendo dall’euro, o perché teme che l’Europa riesca o voglia imporre un altro riequilibrio a danno della periferia e a favore del centro. Ma di tutto questo oggi non c’è traccia e i mercati quindi fanno in Italia esattamente quello che fanno al di fuori.

Non è particolarmente rassicurante nel medio lungo termine perché è abbastanza chiaro che l’Italia ha bisogno di qualcosa di profondamente diverso da quello che è stato fatto negli ultimi vent’anni. Per esempio, più politica industriale, meno austerity e molta più “cattiveria” nei confronti dei partner europei. 

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