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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Così Macron ha preso il comando dell'Europa

I discorsi di fine anno sono stati un momento utile per capire come evolverà la politica europea. E pare proprio che la Francia prenderà il comando dell’Ue. MAURO BOTTARELLI

Emmanuel Macron (Lapresse)Emmanuel Macron (Lapresse)

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha promesso, durante il suo discorso di fine anno alla nazione, di formare rapidamente un nuovo governo e di lavorare con la Francia per la tenuta dell’Unione. «Il mondo non ci aspetta», ha detto la Merkel, aggiungendo di essere impegnata a «costruire rapidamente un governo stabile per la Germania nel nuovo anno». Sul piano europeo, la leader tedesca ha inoltre affermato che si alleerà al presidente francese, Emmanuel Macron, per tenere insieme l’Unione europea e rafforzare il peso dell’Ue e tenere sotto controllo il fenomeno della migrazione, difendendo allo stesso tempo i valori della tolleranza e del pluralismo nell’Unione e all’estero. «Ventisette Paesi in Europa devono essere spronati più che mai a rimanere una comunità - ha detto la cancelliera -, quella sarà la questione decisiva dei prossimi anni. La Germania e la Francia vogliono lavorare insieme per garantirne il successo».

E Parigi come ha risposto a Berlino e al suo intento di inizio anno? «Mi assicurerò che tutte le voci, comprese quelle discordanti, siano ascoltate. Ma per questo, non smetterò di agire». Nel suo primo messaggio di fine anno dall’Eliseo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha tracciato un bilancio dei primi mesi del suo mandato, e rilanciato gli obiettivi del governo per il 2018: Unione europea, lotta al terrorismo e unità della Francia. «Ho bisogno della vostra determinazione per un sussulto europeo. Per non cedere nulla né ai nazionalisti, né agli scettici. Abbiamo bisogno di un’Europa più sovrana, più unita, più democratica», ha detto in diretta tv. «Nel 2018, mi impegnerò affinché la Francia lotti senza tregua contro il terrorismo all’estero come sul nostro territorio», ha detto con un pensiero ai militari caduti. «Vinceremo questa battaglia», ha assicurato. «Sul piano nazionale, il 2018 sarà quello della coesione della nazione», ha poi insistito Macron, prima di augurare buon anno al termine di un discorso durato circa 20 minuti.

L’Italia? Non pervenuta, come certe temperature alle previsioni del tempo, quando ero piccolo. E non si tratta di questione da poco, perché è questione di prospettiva: il nostro Paese è rivolto a se stesso, si guarda allo specchio e non va oltre l’orizzonte del 4 marzo, il motore europeo invece ha già innestato la marcia. Direzione futuro, non obbligatoriamente legato agli altri: sono ancora Parigi e Berlino a decidere e non si premurano di nasconderlo. Come qualche differenza non da poco. Primo, i toni. Angela Merkel era dimessa, rispetto al solito e soprattutto rispetto al discorso dello scorso anno: più misurata, più stanca e più consapevole, anche nei tratti del volto, che il declino è inesorabilmente cominciato.

Domani inizieranno i colloqui ufficiali fra Cdu e Spd e un primo resoconto sarà offerto lunedì prossimo, ma, al netto della Grosse Koalition, di un governo di minoranza o dell’extrema ratio di un ritorno alle urne, resta un fatto: il mea culpa interno che la Merkel ha voluto abbinare alle linee guida di politica estera nel suo discorso. Se infatti il tandem con Parigi viene rinnovato in chiave di governance europea, Merkel ha parlato chiaro e tondo di un Paese che sta vivendo una fase di diseguaglianza interna senza precedenti a livello economico, un qualcosa che se da un lato gioca la carta del realismo umile tanto amato dal pragmatico cittadino tedesco, dall’altro dimostra come non sia in realtà vero il disinteresse verso i tempi lunghi per giungere a un esecutivo: quell’ammettere che in fatto di coesione sociale tutto non sia rose e fiori come dimostrerebbero i dati macro - dallo Zew alla produttività al surplus, quello recentemente scoperto anche da Vincenzo Visco - pare una chiara apertura verso le critiche della Spd, quasi un ramoscello d’ulivo in diretta tv e a reti unificate.

Non un atteggiamento da Merkel, ammettere debolezza. Ma anche quel non eccedere nei riferimenti all’Unione è sintomo di una novità, ancorché annunciata e non certo sconvolgente: è l’Eliseo il centro nevralgico del nuovo ordine europeo, non più il cancellierato tedesco. Lo avevo già fatto notare con riferimento alle sortite unilaterali in politica estera d Emmanuel Macron - vertice inter-libico ed “esilio” lampo del premier libanese in testa -, ma ora a confermarlo c’è di più: il netto e rimarcato passaggio del discorso del presidente francese dedicato alla lotta al terrorismo, in patria e all’estero. La Merkel, nonostante la Germania non sia affatto esente da fenomeni eversivi di matrice jihadista, ha glissato totalmente sull’argomento, mentre Macron lo ha posto a chiare lettere fra le sue priorità. E questo non può che dirci una cosa: quel tema diverrà dirimente per tutti a livello europeo, non solo per la Francia. Di più, Parigi diverrà il raccordo con Washington e Londra sul tema e lo farà partendo da un presupposto chiaro: la legislazione al riguardo entrata in Costituzione, dopo essere stata in vigore per oltre un anno e mezzo come “stato di emergenza” figlio della strage del Bataclan. Di fatto, un Patriot Act all’europea che diverrà presto modello comune, dopo una breve discussione in ambito Ue: come reagire contemporaneamente alle minacce del terrorismo - cui se si risponde da soli, si risponde più debolmente - e alla volontà di alzare muri, steccati e dogane fra Stati che soffia insieme ai populismi, soprattutto da Est? Introducendo più Europa, intesa come coesione europea e, soprattutto, concetto di sovranità europea da contrapporre a quelle nazionali: e quel termine Macron lo ha usato nel suo discorso, chiaramente, non a caso.

Cosa rende, poi, così sicuro l’inquilino dell’Eliseo del fatto che la minaccia terroristica tornerà ad alzare in grande stile la testa nell’anno appena iniziato? Di fatto, l’Isis in Siria e Iraq è stato ufficialmente sconfitto e la sua infiltrazione in Libia appare ancora tutta da provare nella sua profondità, al netto di strane esplosioni di oleodotti. Ancora i foreign fighters come principale fonte di pericolo? Può essere, ma sarei più propenso a vedere raggi d’azione esteri, soprattutto in Africa, dove gli Stati Uniti intendono contrastare in grande stile l’espansionismo cinese, tanto più che Pechino sta a sua volta minacciando l’egemonia in fatto di presenza militare degli Usa in un altro scenario di fondamentale strategicità come quello dell’Afghanistan. A riprova di questo, la priorizzazione - quasi una blindatura di Stato - della missione in Niger per una parte del nostro contingente in Iraq, con tanto di sigillo di importanza strategica da parte del ministro forse più rappresentativo di quello che rimane - giova ricordarlo - il governo in carica per altri tre mesi, ovvero Marco Minniti.

Sono molti i fronti aperti in tal senso, non ultimo quello Yemen che ci ha visti tirati in ballo per la collottola dal New York Times per il nostro commercio d’armi con l’Arabia Saudita - chiaro messaggio in codice - e che non è solo un proxy contro l’Iran, di colpo investito da un’estemporanea ondata di proteste a macchia di leopardo e senza una guida a differenza di quanto accadde nel 2009, ma soprattutto un nodo geopolitico per il controllo del Golfo di Aden e dell’altrettanto strategica Djibouti, dove ora anche la Cina può vantare una base militare, oltre agli Usa, come mostra il grafico. E poi il Mali, dove la presenza militare francese è massiccia e in generale in quella dorsale Maghreb-Sahel che starebbe diventando nuovo avamposto jihadista, il corrispettivo africano dei Balcani o del Caucaso per Europa e Russia. Insomma, Macron ha parlato di e per grandi scenari, di fatto mettendosi non solo alla guida dell’Europa, ma anche al traino diretto degli Usa: basti ricordare gli attacchi frontali e unilaterali dell’Eliseo al programma missilistico iraniano di non più tardi di un mese fa, quando di fatto Federica Mogherini stava difendendo l’accordo sul nucleare con Teheran dagli strali di Washington.

L’Italia? Non una parola, né proferita, né citata. Io capisco la priorità del lavoro, la delicatezza del momento pre-elettorale e il fatto di non essere una Repubblica presidenziale con riferimento al discorso di fine anno del presidente, Sergio Mattarella. Ma un Paese senza prospettiva di politica estera è morto. O schiavo.

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