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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Spread, l'aumento innescato per aiutare la Germania

L'aumento dello spread registrato ieri è stato innescato ad hoc, spiega MAURO BOTTARELLI. In questo modo la Germania affronta il voto in Baviera con un capro espiatorio pronto

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Attenzione, tenetevi forte: sto per difendere il Governo. Sì, perché per quanto io sia contrario al 70% delle scelte politiche dell'esecutivo penta-leghista (l'80% delle quali a loro volta fanno riferimento al programma dei 5 Stelle) esiste un limite di faziosità monodirezionale che la stampa non deve superare. Mai. E senza citare la deontologia, basterebbe il buon senso. E, spesso, anche un po' di buon gusto. Ora, la notizia di ieri mattina, su tutti i siti d'informazione principali (stante il suo arrivo durante la notte che non ha consentito ai quotidiani di riportarla) è stata la revisione generale delle stime di crescita globale del Fmi, a detta del quale - di fatto - a causa di squilibri e indebitamento folle, una nuova crisi finanziaria potrebbe di fatto non essere lontana. Ben svegliati, ci sono arrivati anche loro. 

Ovviamente, un capitolo a parte è dedicato anche all'Italia, soprattutto con riferimento al Def. E l'istituto di Washington, le cui previsioni di crescita nell'ambiente vengono definite hockey stick, ovvero mazze da hockey, in ossequio al loro andamento perennemente sbagliato e soggetto a revisioni che portano a curvature sui grafici, non fa sconti al Governo italiano: praticamente, non va bene nulla, ma, soprattutto, non deve deviare rispetto agli impegni di bilancio presi con l'Ue e non deve mettere mano alla riforma Fornero. Anche le previsioni di crescita appaiono eccessivamente ottimistiche rispetto al dato del deficit, quindi a forte rischio di squilibrio strutturale. Insomma, al Fmi hanno scoperto l'acqua calda. Però, ovviamente, ci sta che i nostri giornali - attraverso i loro siti on-line - pubblichino il richiamo all'Italia come notizia principale, relegando al catenaccio la revisione globale delle stime di crescita: siamo in Italia, d'altronde. E, soprattutto, un po' di polemica esterofila contro il Governo fa sempre gioco, inutile negarlo.

C'è un problema, però. Di credibilità. E serio. Perché sempre nel suo report, il Fmi stima che per gli Stati Uniti la crescita sia al 2,9% nel 2018, invariata rispetto a luglio e aprile, mentre per il 2019 il Pil è atteso al +2,5%, -0,2 punti percentuali su luglio e aprile. E qui, qualcosa stona. Perché al netto di una revisione certamente non da allarme rosso, stiamo parlando dell'economia su cui presunti record e successi stanno riempiendoci la testa da mesi e mesi. Tutti, ovviamente con diverse sfumature, tutte legate unicamente alla simpatia più o meno presente verso Donald Trump. Ma come, hanno piazzato un Pil del secondo trimestre a oltre il 4%, Wall Street sfonda un record al giorno, venerdì scorso il dato sulla disoccupazione ha toccato i minimi dal 1969 e l'anno prossimo l'economia andrà in correzione al ribasso? E, soprattutto, nessuno dice niente? 

Forse perché occorrerebbe dire che fino a oggi sull'economia Usa sono state spacciate panzane sesquipedali, visto che basta questo grafico a far capire plasticamente il perché di quell'orizzonte temporale di calo della crescita economica (fin troppo benigno, tra l'altro, a meno di una bella guerra che non funzioni da moltiplicatore del Pil): finisce lo stimolo a pioggia e generalizzato, cominciato con Obama e mai finito, alla faccia della patria del libero mercato! Ma non sia mai, altrimenti cade tutta l'impalcatura e, magari, si arriva addirittura agli estremi dietrologici del sottoscritto, il quale da qualche trimestre vi dice chiaro e tondo che Usa e Cina stanno giocando al chicken game come in Gioventù bruciata per decidere chi dei due torni a espandere la politica monetaria, la Fed fermando l'aumento dei tassi o la Pboc ricominciando a iniettare liquidità con il badile e non più con la siringa.

 

E fermi tutti, perché qui arriva la seconda parte della questione, sempre legata a come la nostra stampa "autorevole" sta trattando la questione economico-finanziaria in atto. Questo è l'articolo del solitamente attento e lucido Federico Fubini pubblicato ieri sul Corriere della Sera, nel quale si tratteggia lo scenario inquietante di una crisi italiana come unicum in Europa, tanto che dal nostro Paese non sta partendo - per ora, bontà loro - nessun contagio stile 2011 al resto d'Europa. E ti credo, non esiste più il concetto di esposizione obbligazionaria cross-border! Un'altra straordinaria scoperta dell'acqua calda, al livello delle critiche del Fmi al Def! Signori, chi compra e detiene il nostro debito, ormai da trimestri interi? La Bce e le nostre banche. Punto. Poi qualche banca estera ha ancora qualcosa, così come i fondi, ma parliamo di controvalori che possono preoccupare il mercato solo in fase di sell-off (tipo ieri all'ora di pranzo, per capirci, quando si è sfondato il livello di 310 punti base), quando anche un sassolino può diventare montagna, visto che tutti vendono come pazzi e la spirale auto-alimentante fa ingigantire i crolli. 

E, infatti, qual è il problema? Chi comprerà i nostri Btp dopo la fine del Qe dell'Eurotower, visto che se non subentra un altro acquirente marginale (o la Bce non prosegue in qualche modo a garantirci scudo anti-spread), le nostre banche dovranno svenarsi per continuare a cercare di calmierare il differenziale con il Bund ed evitare l'aumento delle spese governative per interessi. Banche già poco capitalizzate e ancora con la grana delle sofferenze da risolvere in parte, quindi non in uno stato di salute invidiabile. 

Punto, è una crisi interna dovuta al doom loop debito-banche, il quale è stato presente per mesi e mesi, senza che lo spread facesse un plissé: quando è cominciato il terremoto? Quando il governo ha cominciato a far balenare strane idee rispetto a Ue ed euro (pazzi irresponsabili), ma, soprattutto, quando Mario Draghi ha confermato che dal 1 gennaio 2019, come l'orologio di Portobello, dirà stop agli acquisti. Cosa pensate, che scatti il contagio alla Francia per un ventina di miliardi di Btp in pancia tre banche? O per i 10 di Commerzbank? O per gli altrettanti delle banche spagnole? 

Sono cifre che, in valori assoluti, non spaventano, semplicemente perché le perdite potenziali da contabilizzare non fanno paura: l'Italia non può andare in default, mettetevelo in testa. E non per l'esposizione debitoria, per Target2. Alla Bundesbank sono pignoli ma non idioti. È ovvio che non ci sia contagio. Almeno per ora. Perché il rischio è ben altro che il nostro Ded ed è legato a quanto vi dicevo nel mio articolo di lunedì: la Fed sta facendo esplodere letteralmente i rendimenti obbligazionari e a far paura, questo sì a livello globale e continentale per l'Ue, non deve essere lo spread sui titoli sovrani, ma quello sulle emissioni corporate, nella fattispecie quella pletora da decine e decine di miliardi di controvalore di emittenti BBB, ovvero all'ultimo livello dell'investment grade, che con la prossima crisi - quella, di fatto, già innescata dalla Fed e che ha svegliato dal suo sonno addirittura il Fmi - rischiano il downgrade a junk, spazzatura. 

Morgan Stanley valuta che solo da questo saliscendi fra universo dell'investment grade e alto rendimento, a causa della ratio downgrade/upgrade che va in negativo, la perdita per il mercato obbligazionario potrà essere fino a 1 triliardo di dollari. E stiamo parlando solo dell'alto rendimento, perché a livello generale il massimale potenziale di perdita per il comparto a reddito fisso nel suo insieme potrebbe arrivare a 4 triliardi! E il problema strutturale per l'Europa - e il mondo - dovrebbero essere 30 punti di spread intraday sul nostro Btp decennale, quando basterebbe un richiamo al buon senso a Salvini (probabile) e Di Maio (praticamente impossibile) o una presa di posizione di Tria con l'appoggio del Quirinale per placare gli animi? Non facciamo ridere, per favore. Quella crisi dei rendimenti obbligazionari è già in atto ed è un altro campanello di allarme per Draghi: la Bce, semplicemente, NON può chiudere il QE al 31 dicembre, limitandosi per il 2019 al solo re-investimento dei titoli giù detenuti e sulle medesime scadenze. E sapete perché? Perché altrimenti - e davvero questa volta - verrebbe giù tutto, altro che 2008! 

Volete un'alta riprova? Cosa dicevo nel mio articolo di ieri? Che buona parte dell'allarme legato ai nostri Btp e al comparto bancario di lunedì mattina sui mercati non era affatto legato al Def e alla disputa fra Governo (i cui esponenti, però, devono imparare a contare fino a 10 prima di parlare, questo è Vangelo) e autorità europee, ma per il tonfo dei mercati cinesi alla riapertura dopo una settimana di festività, nonostante 1,2 triliardi di yuan di liquidità iniettati ad hoc dalla Pboc. Un segnale chiaro: spedire Shanghai e Shenzhen a -4% è stato un messaggio al Governo di Pechino. Ovvero, dovete ricominciare a fornire impulso creditizio globale. Per il semplice fatto che l'America non può bloccare la Fed e rimangiarsi mesi di narrativa e retorica sull'economia che tira come un treno a un mese dalle elezioni di mid-term. E nemmeno subito dopo, perché purtroppo la Federal Reserve è troppo sistemica e quindi può dare ancora per un po' le carte, facendosi forte di quei pezzi di carta verde che, ancora oggi, governano il 60% abbondante delle riserve di valuta estera mondiali, oltre a denominare tutti gli scambi finanziari e sulle commodities grazie allo status di moneta benchmark. Quindi, tocca a Pechino. 

La quale, in qualche modo, fra lunedì e martedì deve aver fatto capire ai chi di dovere che sta lavorando alla pratica, la quale comporta ovviamente la necessità di non perdere la faccia per Xi Jinping e il suo piano pluriennale di riforme. Miracolo, Shanghai ieri ha chiuso a +0,17% e anche le Borse europee hanno tirato il fiato, salvo vedere Milano virare in negativo con l'aumento dello spread: questo sì, stavolta, temo innescato ad hoc. Perché, al netto dei nostri errori politici e delle nostre criticità macro, un capro espiatorio esterno fa sempre comodo. Soprattutto, se domenica in Baviera ti giochi il governo del Paese e non di un singolo, per quanto ricco e importante, Land. 

Come ci mostra questo grafico, il quale spiega come il proxy del Vix, ovvero dell'indice di volatilità, sul Dax di Francoforte ci segnali che in Europa gli epicentri di attenzione del mercato sono anche altri oltre all'Italia, pur se non citati dai grandi giornali. Qui siamo attaccati al respiratore dei due grandi player. E l'unico ad averlo capito è, in desolante solitudine, Mario Draghi. Chiamato, ancora una volta, al miracolo. Il resto sono chiacchiere. E propaganda spudorata. Oltre che bipartisan. 

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