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Economia e Finanza

ELEZIONI/ Il programma di Visco per il nuovo governo

Ignazio Visco ha ricordato l’importanza delle riforme e ha sottolineato come i programmi elettorali potrebbero non essere adeguati alla situazione da affrontare. STEFANO CINGOLANI

Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Ha pronunciato sette volte la parola riforme perché nessuno potesse dire di non aver capito, visto che di riforme non parlano i programmi elettorali pieni di spese, assistenzialismo, regalie, promesse per lo più da marinaio perché non viene mai indicato chi paga e come. L’esecutivo che uscirà dal prossimo voto, ha spiegato il Governatore della Banca d’Italia ieri al Forex riunito a Verona, non dovrà “lasciare dubbi agli investitori sulla determinazione a mantenere l’equilibrio dei conti pubblici e senza deviare dal percorso di riforma avviata in questi anni”. Secondo Visco, “si tratta di un percorso da proseguire con decisione per migliorare i servizi pubblici, accrescere la concorrenza in quelli privati e intensificare gli investimenti in capitale umano”.

Il Governatore, dunque, ha indicato anche cosa cambiare e ha ammonito: un aumento del disavanzo pubblico non può sostituirsi alle riforme; rischierebbe di essere controproducente. “Anche senza i vincoli del Patto di stabilità - ha spiegato - resta per noi l’esigenza di compiere scelte responsabili”. In primo luogo perché abbiamo una montagna di debito e poi perché l’Italia cresce ancora troppo poco rispetto agli altri paesi europei (1,5% previsto quest’anno è ancora inferiore alla media).

Le parole di Visco assumono un rilievo particolare. Ottenuta una sofferta conferma grazie all’asse tra il presidente della Repubblica Mattarella e il capo del governo Gentiloni, uscito con poche scalfitture dalla commissione parlamentare d’inchiesta nata per affondarlo, s’è rivolto apertamente a quei partiti che, per lo più, hanno dimostrato di non amarlo (nessuno ha mai presentato in parlamento una mozione a suo favore) e ha tracciato se non proprio un programma, un sentiero di politica economica che, oggi come oggi, sta stretto a tutti.

Colpisce, leggendo le paginate di proposte spesso molto diverse, se non contrapposte, una convinzione comune: che di qui ai prossimi anni la crescita possa continuare quasi per inerzia. Un’ipotesi del tutto infondata. Non si tratta di evocare il ritorno dei gufi, migrati all’improvviso con la caduta di Renzi, ma di fare appello al senso di realtà. La locomotiva della ripresa è la domanda estera, gli ingranaggi fondamentali sono le imprese esportatrici. Lo scenario nel quale si svolge la nostra commedia domestica è l’economia mondiale. E qui le incognite sono davvero molte.

La prima riguarda i mercati finanziari: un rialzo ininterrotto da nove anni deve prendersi una pausa, ne ha bisogno, soprattutto perché gli indici di borsa hanno raggiunto record un tempo impensabili. Secondo il Financial Times siamo alla “fine di un’era, quella della tranquillità dei mercati”. La seconda incognita, che si collega direttamente alle borse, è di tipo politico: i focolai di crisi (Nord Corea, Siria, Iran, Afghanistan) si spegneranno o divamperà un incendio? La riforma fiscale di Donald Trump che dovrebbe favorire le imprese diventerà un boomerang perché aggraverà il disavanzo federale e il debito americano, per poi generare inflazione? La Federal Reserve manterrà i tassi su livelli moderati o darà una stretta?

La politica è destinata a giocare un ruolo importante anche in Europa. La Germania non ha ancora un governo e la grande coalizione perde pezzi prima ancora di nascere (e che pezzi se Schulz ha rinunciato al ministero degli Esteri). Non solo, gli accordi sottoscritti prevedono una svolta davvero ambiziosa: destinare l’enorme avanzo della bilancia estera a grandi investimenti infrastrutturali. Se sarà così, allora davvero l’intera economia europea ne verrà beneficiata, ma sembra un impegno di lungo periodo difficile da rispettare, anche perché nessuno può giurare sulla tenuta del nuovo esecutivo.

La terza incognita riguarda proprio l’Italia. Oggi il mercato richiede lo 0,5% di rendimento in più per prendere il rischio Italia piuttosto che il rischio Spagna, e ciò è largamente imputabile alle elezioni. È vero che alcuni pericoli maggiori si sono allontanati, per esempio le crisi bancarie e la minaccia di uscire dall’euro, tuttavia chi deve comprare i Btp sa che una strategia di crescita basata sul deficit manderebbe fuori controllo il debito. Sfruttando le condizioni odierne, ancora favorevoli - ripresa ciclica e tassi bassi - si può cogliere un’opportunità importante per ridurre l’indebitamento con un mix di strategie orientate alla crescita e rigore della finanza pubblica. Il Quantitative easing di Mario Draghi è un buon salvagente, ma potrebbe sgonfiarsi prima del previsto.

Gli operatori sembrano per lo più convinti che il Movimento 5 stelle non andrà al governo e che Silvio Berlusconi riuscirà a tenere a freno le pulsioni populiste della Lega, la loro preferenza è per una soluzione alla tedesca, una grande coalizione sia pure nelle forme tortuose che potrebbe assumere in Italia. Ma se si dovesse arrivare a una situazione più simile a quella spagnola, quindi con un nuovo voto in autunno, le aspettative si farebbero ben più negative. Sarebbe un’altra delle tante occasioni perdute, commentano gli analisti di Oxford Economics, la finestra che si è aperta nell’ultimo anno si chiuderebbe immediatamente e lo spread tornerebbe di nuovo a ballare.

Ignazio Visco lo sa, per questo ieri ha parlato senza peli sulla lingua.

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