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Economia e Finanza

TELECOM/ L'ultima mossa per salvare la rete dallo scontro Vivendi-Elliott

Telecom Italia si prepara ad affrontare un'assemblea in cui verrà a galla lo scontro tra Vivendi e il fondo Elliott. Sarebbe bene che la rete venisse scorporata. SERGIO LUCIANO

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Come siamo ridotti: a "fare il tifo" perché un fondo americano di indubbie capacità, ma anche indubbia bulimia di guadagni, riesca a sottrarre a Vivendi il controllo di Tim. Eppure è così, perché - se non altro - Elliott ha avuto il buon senso di schierare per il vertice del gruppo telefonico italiano che fu leader in Europa ed è stato sventrato dalla politica una squadra di consiglieri italiani di tutto rispetto, mentre l'arrogante patron bretone Vincent Bollorè non ha fatto altro che scalciare in tutti i modi e in tutte le direzioni contro il sistema Paese dimostrando con i fatti (anche se smentendo a chiacchiere) che gestendo Telecom vuole soltanto fare i suoi interessi, o peggio quelli che senza grande successo continua a considerare i suoi interessi, nella conduzione della malconcia Vivendi.

Dunque, le buone notizie sono due. La prima è che il 24 aprile prossimo all'assemblea dei soci Elliott presenterà una propria lista di consiglieri da contrapporre a quelli, dimissionari, che erano stati insediati da Vivendi: si tratta di Fulvio Conti, ex bravissimo amministratore delegato dell'Enel; Luigi Gubitosi, commissario dell'Alitalia che si sta rivelando il miglior gestore della compagnia ed ex apprezzato direttore generale della Rai; Rocco Sabelli, altro manager di provate competenze; Massimo Ferrari, già dirigente Consob e direttore finanziario del colosso Salini-Impregilo; Dante Roscini, docente ad Harvard ed ex top-manager di Morgan Stanley e Paola Giannotti De Ponti, supermanager finanziaria tra Dresdner, Paribas, Citigroup eccetera. Un dream-team che potrebbe anche coabitare con l'attuale amministratore delegato Amos Genish, che deve ancora dimostrare il suo valore, ma ha già dimostrato di non essere "uomo di" Bollorè, il quale infatti ha già tentato di commissariarlo e buttarlo fuori.

Elliott controlla oggi meno del 10% di Tim, ma attorno alla sua proposta si aggregherà sicuramente il consenso in assemblea degli altri fondi internazionali contro la linea gestionale brancaleonica di Vivendi. Il che non significherà aver "accasato" stabilmente Tim in buone mani, ma almeno averne trasformato l'assetto in quello di una "public company", dove comanda il mercato e non un padrone che, nel caso di Bollorè, ai difetti tipici del controllo esercitato dagli investitori istituzionali (logica di breve termine, avidità finanziaria) aggiunge ad aggravio i difetti della proprietà padronale autoreferenziale.

La seconda buona notizia è che ieri lo stesso Genish sia andato a trovare il ministro dello Sviluppo economico uscente, Carlo Calenda - uscente dal governo, ma pur sempre punto di riferimento per l'estabilishment italiano, almeno per qualche settimana ancora - per confermare e ribadire il proprio progetto di scorporare la rete di telecomunicazioni da Tim, facendo una società autonoma. Scelta che non a caso Calenda ha elogiato. È l'ultima mossa che l'Italia possa fare per impedire che un'infrastruttura importante e strategica quanto lo sono le ferrovie o i gasdotti finiscano in mani non solo straniere, ma soprattutto speculative e inaffidabili, se si considera che su quella rete corrono tutti i nostri dati, da quelli anagrafici a quelli che riversiamo nel web a quelli della sicurezza nazionale e della magistratura...

Scorporare, sia chiaro, non basta: ma per quanto nessuno lo dica è ovviamente solo il primo passo per poi vendere la società autonoma, caricando su di essa - che sarà contraddistinta da una redditività sicura e a lungo termine - una parte del debito che ancora schiaccia Tim, grazie ai retaggi della dissennata Opa dalemiana di Olivetti, e le impedisce di fatto di stare al passo con la concorrenza.

Tutto da vedere chi sarà il socio di riferimento della futura società scorporata, ma insomma: distinguere i due "pezzi" essenziali del gruppo, l'azienda di servizio da una parte e quella infrastrutturale dall'altra, porre la prima nelle mani di una proprietà diffusa che voglia solo risanarla e un domani rivenderla ma non spennarla nel frattempo, e la seconda nelle mani di un socio di controllo pubblico o parapubblico, sarebbe l'esito migliore per trasformare diciotto anni di guai in un contesto prospettico meno desolante.

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