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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La tattica di Trump per riaccendere la "stamperia" della Fed

La minaccia di dazi e guerra commerciale sventolata da Trump è una mossa strategica per consentire alla Fed di tornare a stampare moneta, dice MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)Donald Trump (Lapresse)

Se non vi fidate di me e di quanto ho scritto nel mio articolo di lunedì, ci sono alcuni riscontri oggettivi per capire che la minaccia di Trump riguardo una guerra commerciale convenzionale attraverso l’imposizione di dazi rappresenta l’ennesima bufala strumentale della Casa Bianca, finalizzata a ben altro che al radioso futuro dell’America e dei suoi lavoratori. Primo, le reazioni dei mercati. Se davvero fossimo di fronte a un muro contro muro di quel livello, sarebbero a picco. Da New York a Hong Kong fino a Tokyo: se, infatti, la sola percezione di espansione inflattiva - e quindi di attivismo della Fed - ha scatenato l’inferno per alcuni giorni, cosa dovrebbe fare la quasi certezza di uno scontro senza precedenti in ambito di commercio globale? 

Soprattutto, in un contesto macro come quello dipinto da questi grafici, elaborato su dati di Goldman Sachs, non di qualche dietrologo pessimista: siamo ai minimi da due anni, alla faccia della ripresa sincronizzata e sostenuta e, guarda caso, appare una prima correlazione con il dato che deve risultare più preoccupante in assoluto. Ovvero, la pausa di riflessione presa da Pechino sul da farsi: e il “da farsi” è nient’altro che il destino della tenuta finanziaria globale. Capite da soli che se esistesse anche solo un minimo di realismo riguardo a quanto annunciato dalla Casa Bianca e alle risposte di Ue e Cina al riguardo, avremmo indici che sanguinano. Strutturalmente. Invece, hanno digerito anche l’idea di Di Maio potenziale premier.  

 

E sapete perché? Perché la minaccia di Trump si è disvelata agli occhi di chi investe per quella che in realtà è: guardate questi altri grafici, i quali ci mostrano da un lato come gli Usa siano il Paese meno dipendente dal commercio a livello di G10 (per questo parlavano di indici azionari a picco a livello globale, in caso di rischio reale) e dall’altro come le aziende americane del comparto industriale quotate al Dow Jones abbiano reagito malissimo il giorno dell’annuncio dei nuovi dazi, altro che protezionismo come nuova frontiera per l’economia. Ma è bastato che lunedì scorso il potente House Speaker statunitense, Paul Ryan, rigettasse in toto il piano della Casa Bianca, per far rifiatare gli indici: e, finora, tutte le battaglie ingaggiate con il Congresso, Trump le ha perse miseramente o è dovuto scendere a più miti consigli (visto il peso che le spese sanitarie obbligatorie legate all’Obamacare hanno alla voce del Pil americano, ad esempio). 

 

E, come fa notare il grafico, le parole di Ryan sono state sufficienti anche a smorzare l’ulteriore aggravio della posizione che Trump aveva messo in campo con il suo tweet riguardo la bontà e la facilità di vittoria delle guerre commerciali. Basta leggere un giornale americano per capire, non serve granché. In compenso, oggi, almeno formalmente e in ossequio alla strategia da gioco delle parti, l’Europa dovrebbe decidere riguardo la sua risposta verso Washington, contrapponendo ai dazi su alluminio e acciaio, tariffe penalizzanti su moto da tamarro, jeans e whisky di pessima qualità (siamo a poco più dello stereotipo, come se per attaccare l’Italia mettessero tasse sul nostro export di pizza e mandolini). Ma siamo all’ennesima partita di giro di una farsa globale che sembra scritta dalla penna di Luigi Pirandello, più che di George Orwell. 

Ironia a parte, le bozze di lavoro circolate finora parlano di dazi del 25% su un controvalore di 3,5 miliardi di prodotti Usa, fra cui anche barche non commerciali, cosmetici (in totale circa 1 miliardo di euro), ma anche prodotti agricoli per un totale, per questi ultimi, di 951 milioni di euro (c’è anche il mitico succo d’arancia, come in Una poltrona per due), oltre ad acciaio e altri prodotti industriali per un totale di 854 milioni di euro. Direte voi, allora è guerra vera? Lo scopriremo subito, perché la stessa Commissione Ue che oggi discuterà il da farsi, ha reso noto che le misure possono essere introdotte da subito, senza attendere il parere della World Trade Organization e che intende implementare anche misure di salvaguardia, al fine che prodotti Usa sotto dazio non arrivino sul mercato Ue attraverso triangolazioni con altri Stati, ad esempio via porti asiatici dopo uno scalo. Si partirà subito o, come da tradizione di Bruxelles, dobbiamo attenderci attese, rinvii e approfondimenti dell’agenda? Se quest’ultimo sarà il caso, avremo un’altra conferma. 

Non vi basta ancora, volete un’altra prova provata della mia teoria? Pronti. Qual è uno dei più grandi talloni d’Achille degli Usa, oggi più che mai dopo il budget da malato di mente presentato da Donald Trump per il 2019, di fatto un’operazione che imporrà alla Fed di emettere Treasuries con il badile per finanziarlo? Il debito pubblico. Al 31 dicembre 2017, era di 6,3 triliardi di dollari il controvalore di Treasuries Usa detenuti da nazioni straniere, di cui oltre 4 in mano a detentori ufficiali come Banche centrali, manager di riserve estere, fondi sovrani e altri. Come mai nessuno ha minacciato Washington di scaricare quel debito, in caso proseguisse con la politica di protezionismo annunciata e che vede già alcuni eminenti membri dell’amministrazione Trump pronti alle dimissioni, se alle parole seguiranno i fatti? E, soprattutto, al netto del debito esistente e di quello necessario per finanziare il budget annunciato, cosa rende la Casa Bianca così spavalda e certa che il debito detenuto da soggetti esteri non verrà scaricato, inviando un segnale di sfiducia enorme a livello globale e, soprattutto, portando a un’impennata dei rendimenti? 

Oltretutto, parliamo di detenzioni costruite negli anni dai governi stranieri, visto che i partner commerciali Usa hanno convertito i dollari del persistente surplus commerciale in debito a stelle e strisce. Insomma, in un momento in cui Washington ha bisogno di più e non meno domanda estera per il suo debito, a quale strategia di “marketing della simpatia diplomatica” farebbe riferimento la politica dei dazi? Partiamo da un dato: Pechino, Tokyo e gli altri governi esteri che detengono in massa Treasuries non li scaricheranno mai contemporaneamente, poiché questa mossa si tradurrebbe in un atto mutuale di assicurata distruzione di massa, visto che - piaccia o meno - il benessere e lo stato di salute finanziaria globale, oggi come oggi, dipendono ancora non dal dollaro come valuta ma dalla stabilità dei tassi di interesse Usa. 

Certo, Pechino darebbe volentieri una lezione storica a Washington, scaricando debito en plein air, ma questo comporterebbe una recessione globale in grado di prosciugare la domanda Usa di esportazioni cinesi, un qualcosa di molto, molto peggiore di qualsiasi guerra commerciale che Donald Trump possa dichiarare (leggere, per capire certe dinamiche, il fondamentale Il grand’ammiraglio Zheng He e l’economia globale di Giorgio Arfaras, Guerini e associati). Perché non avrebbe contromosse o misure difensive efficaci, stante che la transizione di Xi Jinping verso un’economia meno dipendente dall’export non è operazione che si compia in sei mesi. E nemmeno in sei anni. In parole povere, sarebbe come brandire una pistola carica ma finire per spararsi in un piede. Gli ultimi dati del Tic statunitense hanno poi dimostrato come, nonostante i molti fronti di attrito, la Cina abbia continuato a comprare Treasuries lo scorso anno, a differenza invece dell’altro grande creditore americano, il Giappone, che ha venduto. E non pochissimo. 

Ma ciò che conta è quanto evidenziato dall’ultimo grafico: stando a dati ufficiali della Fed di New York resi noti la settimana scorsa, il controvalore di Treasuries in pancia alla banca centrale Usa è oggi al massimo storico di 3,079 triliardi di dollari. Il tutto in un contesto che vede contemporaneamente il continuo calo delle detenzioni estere, il continuo aumento della crescita del debito pubblico statunitense e il continuo aumento delle necessità di nuove emissioni per finanziare il budget federale. Nel 2015 la quota di debito Usa in mano a detentori stranieri era del 45%, ora è del 40% ed è in atto anche un altro mutamento storico: il Tesoro americano sta rivolgendosi con sempre maggiore intensità verso investitori privati, interni ed esteri, per piazzare quell’immensa mole di carta. 

Ma questo cosa significa? Che i termini di premio saliranno, visto che gli investitori sono ontologicamente sensibili al prezzo e che gli stessi stanno diventando una quota di mercato sempre più determinante: insomma, se l’America vuole piazzare il suo debito, deve pagare di più in interessi. E questo ci dice una cosa sola: i rendimenti dei Treasuries, vista la realtà che stiamo affrontando, nei prossimi mesi e trimestri non potranno che salire, salvo mutamenti quasi rivoluzionari del quadro economico. O politico. Questo, però, potrebbe a sua volta facilitare la dinamica di abbandono del debito Usa come forma di investimento, visto che l’aumento degli yields e le condizioni di finanziamento in dollari più restrittive a causa della Fed - e come testimonia il driver dell’aumento dello spread Libor-Ois -, potrebbero rendere troppo costosi (per gli appetiti ormai abituati al costo zero di questi anni) gli acquisti di Treasuries da parte di investitori stranieri. Se questa ragione meramente economica dovesse portare a una sell-off più o meno seria di debito Usa, certi assets sono così sensibili e osservati speciali da tramutare in tsumani anche il battito d’ali di un colibrì, quanto ci vorrà prima che la Fed e la Casa Bianca siano costrette ad abbandonare la bufala dell’economia Usa che scoppia di salute e ricominciare a fare ciò che la Banca centrale sa fare meglio, ovvero stampare denaro come se non ci fosse un domani? 

Perché la conseguenza sarebbe un insormontabile problema di flusso di capitale verso il debito Usa e quindi verso il dollaro, la cui risposta è una sola: invertire la rotta dalla politica di normalizzazione dei tassi cominciata da Janet Yellen e attivare un nuovo, enorme Qe per monetizzare il deficit federale. In altre parole, il destino dell’economia Usa e dell’Amministrazione Trump è interamente - ancora una volta ed esattamente come fu per Barack Obama - nelle mani della Fed, altro che guerra commerciale e dazi sull’acciaio in nome dell’America great again: è solo un volgarissimo problema di debito pubblico e spesa federale, niente di più. Ovvero, la sopravvivenza stessa degli Usa per come li conosciamo e per come sono come soggetto economico globale di riferimento. Tutta strategia per arrivare al bersaglio grosso di un nuovo Qe, senza però pagarne pegno a livello di credibilità, mercati globali e - in vista delle elezioni di medio termine - opinione pubblica. 

Quindi, come vi dicevo lunedì, tre opzioni. Minacciare una guerra, portando gli avversari (Ue e Cina in questo caso) a muoverla per primi e operare poi sul debito pubblico per creare allarme a livello globale riguardo le scelte sui tassi che impattano su un controvalore di triliardi solo in obbligazioni. La terza opzione? Inflazione e prezzo del petrolio. Ne parleremo presto. 

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