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Economia e Finanza

CONTRATTO M5S-LEGA/ Il programma flop tra flat tax, pensioni e reddito di cittadinanza

Movimento 5 Stelle e Lega lavorano al programma di governo. E sembra che gli interventi più significativi possano trasformarsi in un flop, spiega STEFANO CINGOLANI

Matteo Salvini (Lapresse)Matteo Salvini (Lapresse)

De minimis è la definizione che l’Unione europea applica agli aiuti concessi alle imprese senza violare il principio della concorrenza. La stessa regola in fondo si può estendere al programma di politica economica che si sta discutendo tra M5S e Lega: de minimis è il limite di erogazioni pubbliche consentite senza rimettere in discussione i parametri del Patto di stabilità e crescita. Tutti gli occhi sono puntati sul negoziato per dar vita al primo governo neo-populista dell’Europa occidentale; le capitali e le cancellerie che contano, Berlino, Parigi, Francoforte, Bruxelles, sono preoccupate dal rischio che l’Italia invece di completare le riforme come le viene raccomandato con diuturna monotonia, s’avvii sulla strada delle controriforme. Ma è possibile che la montagna partorisca un topolino. Vediamo i capitoli chiave, quelli sui quali si è giocato in buona parte il consenso elettorale del M5S e della Lega.

Il reddito di cittadinanza forse slitta perché non ci sono i soldi e perché non è un vero reddito di cittadinanza, bensì un’indennità di disoccupazione potenziata. In quanto tale verrà erogata dagli uffici di collocamento. Si tratta infatti di un contributo (780 euro al mese per chi non ha famiglia) non solo a chi ha già lavorato (come l’indennità di disoccupazione che ammonta in media a 1.300 euro mensili), ma anche a chi ha intenzione di lavorare. Gli assegni verranno staccati dai Centri per l’impiego, ai quali spetta anche il controllo. Campa cavallo. I centri non sono attrezzati, è una delle riforme che Matteo Renzi ha lasciato a metà. Quindi, prima bisogna potenziare le strutture, poi si vedrà.

La mitica flat tax è un progetto complesso, basato sul reddito familiare e non più individuale. Comunque le aliquote sarebbero due, il 15% e il 20% per i redditi alti, ma poiché debbono essere mantenute deduzioni e detrazioni per rendere l’imposta progressiva come richiede la Costituzione, di fatto si arriva a quattro scaglioni. Il progetto presentato da Matteo Salvini a Luigi Di Maio favorisce i redditi medio alti, tra i 40 e i 60 mila euro annui; oggi coprirebbe appena il 5% dei contribuenti, pari a due milioni di persone, ma se la base di calcolo s’allarga alla famiglia allora la platea cresce. Il costo in ogni caso è elevato, circa 45-50 miliardi l’anno. Come compensarlo? Si parla di maxi rottamazione e altri introiti straordinari, il che ha spinto Silvio Berlusconi a paventare l’introduzione di una patrimoniale (ipotesi smentita). In ogni caso, se si ricorre a nuove entrate fiscali, la pressione complessiva rischia di restare la stessa o addirittura di aumentare, annullando l’impatto sulla domanda interna.

Proprio l’esigenza di trovare le coperture potrebbe spingere a un’introduzione prudente, una sorta di sperimentazione della aliquota più bassa, quella del 15% che riguarda la maggior parte dei redditi imponibili. Nel primo anno, dunque, verrebbe applicata solo al reddito aggiuntivo, cioè a quel che si è guadagnato in più. Ammettiamo che nel 2019 il prodotto lordo cresca di un punto e mezzo, possiamo supporre che anche i redditi medi aumentino in parallelo. Quindi quell’1,5% sarà tassato con una aliquota del 15%, per il resto valgono le aliquote attuali. Se è così, il beneficio sia per le famiglie, sia per l’economia nel suo complesso, sarà davvero piccolo. Una vera flat tax introdotta su tutti i contribuenti, potrebbe distruggere le finanze pubbliche prima di aumentare la domanda privata se non la si compensa con una riduzione della spesa corrente. Quanto all’esperimento di cui si parla, servirebbe solo a piantare una bandierina sul nulla; e la flat tax rischia di diventare una flop tax.

Qualcosa del genere accade per l’altro vessillo sventolato in campagna elettorale: le pensioni con l’abolizione della legge Fornero. In realtà, i roboanti proclami sono diventati quota 100, cioè la possibilità di lasciare il lavoro quando si raggiunte quella cifra sommando l’età con gli anni di contributi versati. In questo modo si introduce una certa flessibilità. Resta incerto se verrebbe anche interrotto il meccanismo che adegua automaticamente l’età pensionabile all’invecchiamento della popolazione (la Lega è contro, il M5S a favore). In ogni caso, si tratta di una scelta che drena risorse a favore delle pensioni di anzianità rispetto a quelle di vecchiaia, mentre in Italia bisognerebbe fare il contrario. Ma lasciamo disquisire gli esperti, resta il fatto che il ridimensionamento rispetto alle promesse elettorali è significativo.

È possibile in questo modo mantenere l’obiettivo di un disavanzo pubblico dell’1,5% rispettando gli impegni con l’Unione europea? Forse. Pur ridimensionate, le misure di cui si parla costano (per la nuova indennità ai disoccupati ci vogliono comunque 15 miliardi), inoltre non bisogna dimenticare che occorre trovare 12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva. Se scatta in automatico dal primo gennaio prossimo, addio flat tax. L’impatto sulla crescita economica sarebbe peggiore dei pochi decimali di punto stimati, perché bisogna calcolare anche l’effetto sulle aspettative degli operatori economici e delle famiglie. Ormai tutti sanno che i comportamenti (e quindi i fattori psicologici) sono determinanti per capire come e dove va l’economia.

Il popolo pentastellato già rumoreggia, ma tanto ci pensa Rousseau (la piattaforma); quello leghista è ancora sotto l’influsso dell’olio sacro, il carisma del capo; l’opinione pubblica moderata, la maggioranza rimasta silenziosa e sconfitta alle elezioni, trattiene il respiro sperando che alla fine prevalga il realismo. Solo che non fare nulla o fare di tutto un po’ finisce per peggiorare la situazione.

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