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Economia e Finanza

TIM/ Il caos dopo il ribaltone di Elliott in Telecom Italia

L’ordine non regna in Tim. Anzi: in Telecom Italia, come tutti stanno in queste ore ricominciando a chiamare l’azienda dopo la vittoria di Elliott in assemblea. SERGIO LUCIANO

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L’ordine non regna in Tim. Anzi: in Telecom Italia, come tutti stanno in queste ore ricominciando a chiamare la vecchia Sip. Giustamente: perchè da ieri, nel gruppo telefonico che tuttora controlla il 65% circa delle linee fisse e il 55% della rete fissa italiana - oltre ad avere il 33% del mercato della telefonia mobile - c’è un po’ di Italia in più, dopo le due devastanti gestioni tutte straniere susseguitesi dal 2007 a oggi, quella del colosso spagnolo Telefonica - sotto le mentite spoglie dell’alleanza con Mediobanca, Generali e Intesa, dal 2007 a tre anni fa - e poi appunto quella francese di Vivendi, scalzata ieri in assemblea dei soci dalla vittoria del fondo Elliott.

Nella “nuova” Tim, ovvero Telecom Italia - come sarebbe bello se si tornasse presto a chiamarla così, dopo la pessima idea di comunicazione rappresentata dall’abiura dello storico marchio voluta dal pur bravo ex capo-azienda Flavio Cattaneo - c’è molta più Italia, anche se a guidare il ribaltone è stato un fondo americano. Molta più Italia, sì: innanzitutto perché a far nominare nel consiglio 10 nuovi amministratori italiani su 15, che quindi comanderanno e ispireranno la gestione, ha contribuito con un peso determinante la Cassa depositi e prestiti, ovvero la Repubblica Italiana, che ha gettato in campo il suo 4,9% del capitale di Tim. E molta più Italia per i nomi del consiglieri italiani nominati. Vediamoli subito, perché è un elenco che da solo fa capire del futuro di Telecom più di tanti discorsi astrusi.

Presidente della nuova compagine sarà quasi certamente Fulvio Conti. È stato a lungo in Telecom, nel suo passato, in qualità di direttore finanziario; poi ha svolto al stessa funzione in Enel; infine è stato per due mandati amministratore delegato - apprezzatissimo! - della stessa Enel, un bestione che fattura il triplo di Telecom, in un regime di concorrenza durissimo. Poi c’è Rocco Sabelli, a sua volta ex direttore generale Telecom, poi amministratore delegato di Alitalia al primo round gestionale dei “capitani coraggiosi” di Colaninno & C., forse unico manager ad aver impostato una moralizzazione gestionale che - se gliel’avessero lasciata sviluppare - avrebbe forse salvato la compagnia. Poi ancora Luigi Gubitosi, che di Alitalia è oggi commissario straordinario - con Stefano Paleari e Giorgio Laghi -, ma è stato in passato direttore finanziario Fiat, amministratore delegato di Wind e direttore generale Rai.

Sono tre supermanager che veramente, di fronte ad Amos Genish, non hanno un grammo di prestigio in meno: anzi. E non basta. Scorriamo la lista degli altri nomi. Alfredo Altavilla, il numero due del gruppo Fca, l’uomo che sussurra a Marchionne senza dover temere di esserne sbranato; Lucia Morselli, la migliore allieva di Franco Tatò, già capo di Sky e di Terni; Massimo Ferrari, ex superdirigente Consob passato al business in Salini Impregilo; Dante Roscini, banchiere d’affari con responsabilità europee sia in Goldman Sachs che in Morgan Stanley e docente ad Harvard. E poi altre tre donne - oltre la Morselli - di assoluto standing: Paola Bonomo, laurea a Stanford, già capo di Facebook Europa, ex McKinsey; Maria Elena Cappello, ex direttore generale di Nokia Siemens Networks, e ancora Paola Giannotti De Ponti, un “premio Bellisario” con 30 anni di carriera al top di colossi finanziari come Bnp Paribas, Morgan Stanley o Citigroup. Insomma, una specie di “dream team” che dovrebbe proteggere Telecom Italia dalle palesi mire fagocitatrici di Vivendi, che stava da mesi muovendosi in totale conflitto d’interessi.

Attenzione a farla semplice, però: innanzitutto è sbagliatissimo pensare che Elliott sia entrata in Tim per fare beneficenza perché come tutti i fondi vuole sviluppare valore e vendere. Quindi, nella migliore delle ipotesi l’avvento al potere degli americani assicurerà al gruppo cinque anni di stabilità, ma solo per poi fari ripartire la rumba. Inoltre, c’è poco da farla semplice perché il vantaggio dei voti in assemblea a favore degli americani e contro i francesi è stato minimo: la cordata Elliott-Cassa depositi e prestiti ha vinto con il 49,8% dei voti, mentre Vivendi ha ottenuto il 47,18%, poco più di 2 punti percentuali di vantaggio, il che comunque non le ha impedito di nominare altri cinque consiglieri tra cui l’attuale amministratore delegato Amos Genish, sulla cui conferma in carica si accettano scommesse, perché lui stesso non ha ancora fatto ben capire se accetta di restare o chiede di andarsene, previa profumata liquidazione.

Nei discorsi della vigilia, Elliott aveva detto che lo avrebbe confermato, con tutto il suo piano strategico, che prevede sì lo scorporo della rete, ma anche la permanenza del controllo della società scorporata nel gruppo Telecom, mentre Elliott vuole vendere la rete alla Open Fiber, la società controllata da Enel e Cdp che sta cablando in banda ultralarga mezza Italia. Insomma, non si capisce perché mai schierare dieci pezzi da novanta in consiglio per poi tenersi al timone un pezzo da 45.

Sullo sfondo, un testa-a-testa sui numeri che il risultato di ieri non risolve stabilmente. Vivendi ha il 23,9% di Telecom, Elliott l’8,8%. La Cdp ha il 4,9%. Un dislivello minimo esposto a molte variabili. Contro Vivendi gioca anche la grana giudiziaria esplosa per il suo capo Vincent Bollorè in Francia, dov’è stato inquisito - anzi, addirittura fermato dalla polizia! - per sospetta corruzione internazionale…

In questo senso, il mercato finanziario ha dato davvero spettacolo. Appena tre mesi fa, Bollorè sembrava vincente su tutti i fronti. Aveva dato filo da torcere a Berlusconi in Mediaset, regnava su Telecom e imperversava in Francia. Oggi in Mediaset conta come il salviniano due di picche e rischia una condanna per aggiottaggio, in Francia è stato inquisito dalla magistratura, in Italia ha perso il controllo di Telecom. Buon segno, la ruota gira.

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