BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

DISCORSO CONTE/ Le risposte sbagliate ai veri problemi dell'Italia

Giuseppe Conte ieri ha tenuto un lungo discorso al Senato per ottenere la fiducia. Molti i passaggi di contenuto economico. Li commenta per noi UGO ARRIGO

LapresseLapresse

Quali sono gli obiettivi economici che il governo Conte si prefigge e i provvedimenti strumentali che intende adottare? Molte indicazioni al riguardo si possono trarre dall’analisi del lungo discorso che il primo ministro ha pronunciato al Senato. Del testo complessivo di 24 pagine, a quanto pare un record nella storia recente degli insediamenti governativi, circa un terzo tocca tematiche economiche ed è su questa parte che si concentra il nostro contributo odierno. Nella prima parte del discorso, a carattere generale, vi sono precisi riferimenti economici in un paragrafo dal titolo “Cambiamento nei contenuti”, i quali possono essere considerati gli obiettivi principali dell’azione del governo:

“Il cambiamento, come appena anticipato, sarà anche nei contenuti. Cambia ad esempio il fatto che la prima preoccupazione del Governo saranno i diritti sociali, che nel corso degli ultimi anni sono stati progressivamente smantellati con i risultati che conosciamo: milioni di poveri, milioni di disoccupati, milioni di sofferenti. È ora di dire che i cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato, che hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora si ritrovino disoccupati, che hanno diritto a una pensione dignitosa, che hanno diritto a pagare in maniera semplice tasse eque”.

Possiamo forse non essere d’accordo? Sulla gran parte dei riferimenti devo dire di no: in questi anni i governi, quello di Renzi in particolare, hanno adottato molteplici provvedimenti nella direzione della flessibilizzazione dell’impiego del fattore lavoro senza peraltro ottenere risultati rilevanti nella crescita dell’occupazione e nella riduzione della disoccupazione. Questi provvedimenti sono stati da molti etichettati non a torto sotto l’etichetta di “precarizzazione”. Perché non hanno funzionato? La risposta mi sembra semplice, anche se non è stata quasi per nulla utilizzata: perché le imprese hanno smesso di investire, di comperare gli impianti e i macchinari che sono indispensabili agli operai per produrre. Con la grande recessione del 2008-09 e il suo raddoppio nel 2011-13 gli investimenti sono crollati e non si sono mai più ripresi in maniera adeguata. I salari che gli imprenditori possono pagare ai dipendenti dipendono strettamente dal valore della produzione mediamente realizzata da ognuno e questa a sua volta dipende strettamente dalla dotazione di capitale mediamente disponibile per ogni lavoratore.

Perché dunque in Germania i salari medi sono molto più alti che in Italia, ma la crescita è molto più elevata e i profitti delle imprese pure? La risposta è nella dotazione media di capitale per dipendente, negli investimenti che gli imprenditori hanno fatto in misura molto più elevata rispetto all’Italia. Per conseguire “l’eliminazione del divario di crescita tra l’Italia e l’Unione europea (…) in un quadro di stabilità finanziaria e di fiducia dei mercati”, come dichiarato in un’altra parte del discorso, occorrono in conseguenza più investimenti in capacità produttiva ed essi debbono essere privati, non possono essere pubblici perché da quando abbiamo smantellato l’Iri l’industria manifatturiera pubblica non ce l’abbiamo più. È invece sbagliato permettere a salari precarizzati di inseguire una produttività calante a causa di investimenti insufficienti, bisogna fare in modo che essi riprendano a crescere a tassi adeguati. Ciò che deve essere riformato è il capitale mentre non servono, non possono essere risolutive, le riforme renziane del lavoro. La centralità, del tutto condivisibile, del lavoro e della sua tutela è richiamata nel punto a esso intitolato della seconda parte del discorso di Conte, dedicato a un’analisi di temi settoriali:

“In questo tempo di crisi e difficoltà ci impegniamo a dare sostanza alla previsione contenuta nel primo articolo della nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro. Vogliamo costruire un nuovo patto sociale trasparente ed equo, fondato sulla solidarietà ma anche sull’impegno, consapevoli che solo con la partecipazione di tutti allo sviluppo del Paese potremo garantire un futuro di prosperità anche ai nostri figli. Vogliamo dare voce ai tanti giovani che non trovano lavoro: a quelli che sono costretti a trasferirsi all’estero e a quelli che rimangono qui inattivi, che si rinchiudono in se stessi e si avviliscono. In un caso come nell’altro finiamo per dissipare preziose risorse del nostro Paese. Vogliamo dare voce alle tante donne, spesso più istruite e tenaci degli uomini, e che sul posto di lavoro sono ancora inaccettabilmente discriminate e meno pagate, e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino. La diffusione di nuove tecnologie e dell’economia della condivisione crea nuove opportunità imprenditoriali e rende disponibili servizi innovativi per i cittadini, ma apre anche a rischi di marginalizzazione e a nuove forme di sfruttamento: dobbiamo farci carico di tali trasformazioni, non per combattere uno sviluppo per molti versi irreversibile, ma per assicurare in ogni caso il rispetto dei diritti essenziali dei lavoratori e per garantire che il lavoro sia sempre strumento di realizzazione personale e umana”.

Restano invece diverse perplessità sul reddito di cittadinanza, già richiamato nella prima citazione e più ampiamente trattato in un punto specifico. Sia chiaro che non si può non essere d’accordo sul testo sotto riportato. Tuttavia siamo sicuri che sia corretto e che sia utile chiamarlo proprio reddito di cittadinanza? E siamo sicuri che esso sia compatibile con la flat tax tanto voluta dalla Lega, per di più con un’aliquota più che dimezzata rispetto a quella massima in vigore? Può convivere il reddito di cittadinanza per i più poveri col regalo di cittadinanza della flat tax per i più ricchi? Ma prima di rispondere vediamo cos’ha detto Conte sui due temi.

Reddito e pensione di cittadinanza.

“Anche in Italia, come in altri paesi, le diseguaglianze si sono aggravate e le povertà si sono moltiplicate. A coloro che vivono condizioni di disagio socio-economico è preclusa la possibilità di sviluppare appieno la propria personalità e di partecipare in modo effettivo all’organizzazione politica, economica e sociale del nostro Paese, come previsto dal secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. L’obiettivo del Governo è assicurare un sostegno al reddito a favore delle famiglie più colpite dal disagio socio-economico. Il beneficio verrà commisurato alla composizione del nucleo famigliare e sarà condizionato alla formazione professionale e al reinserimento lavorativo. Ci proponiamo, in una prima fase, di rafforzare i centri per l’impiego, in modo da sollecitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con la massima efficienza e celerità possibili. Nella seconda fase, verrà erogato il sostegno economico vero e proprio. Ci premureremo di intervenire anche a favore dei pensionati che non hanno un reddito sufficiente per vivere in modo dignitoso, introducendo una pensione di cittadinanza”.

Riforma tributaria

“Il nostro sistema tributario è datato e non rispecchia più l’attuale realtà socio-economica. Le grandi società, che operano nello spazio transazionale, riescono a nascondere le loro ricchezze nei paradisi fiscali, mentre le piccole aziende e i piccoli contribuenti rimangono schiacciati da un’elevata pressione fiscale. (…) Nel frattempo, ci ripromettiamo di introdurre misure rivoluzionarie che conducano a una integrale revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese. La nostra pressione fiscale, unita a un eccesso di burocrazia, infatti, incidono negativamente sulla qualità del rapporto tributario tra lo Stato e i contribuenti, nonché sulla competitività del nostro Paese. L’obiettivo è la ‘flat tax’, ovvero una riforma fiscale caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni che possa garantire la progressività dell’imposta, in piena armonia con i principi costituzionali. Solo così sarà possibile pervenire a una drastica riduzione dell’elusione e dell’evasione fiscale, con conseguenti benefici in termini di maggiore risparmio di imposta, maggiore propensione al consumo e agli investimenti, maggiore base imponibile”.

Reddito di cittadinanza, proposto da M5S, e flat tax con aliquota bassa, proposta dalla Lega, significano infatti sia più soldi ai più poveri che meno tasse ai più ricchi, con buona pace del pareggio di bilancio in Costituzione a suo tempo approvato, se ricordo bene, anche col sostegno della stessa Lega. Il problema è che i due provvedimenti sono diversamente sbagliati, tuttavia mentre quello del M5S è sbagliato nel nome ma corretto nella sostanza, per quello della Lega accade il contrario. La flat tax è un’imposta diretta molto semplice: ha una sola aliquota percentuale che si applica a tutto l’imponibile, ma l’imponibile non coincide col reddito dato che una sua parte, quella indispensabile per vivere, è esente. La flat tax è pienamente compatibile con la Costituzione dato che rispetta contemporaneamente sia il principio della capacità contributiva (ciò che serve per vivere non è capacità contributiva e pertanto non è tassato), sia quello della progressività (l’aliquota media parte da zero e inizia a salire oltre la soglia di esenzione sino ad avvicinarsi a quella marginale, che è il valore dell’aliquota unica).

Il problema principale della flat tax proposta dalla Lega consiste tuttavia nel fatto che l’aliquota unica deve essere necessariamente elevata, se si vuole non tassare ciò che serve per vivere a 60 milioni di italiani, e non può certo essere posta al 20% in un Paese in cui il settore pubblico spende il 50% del Pil totale e il 60% del Pil emerso. Miei calcoli ormai di qualche anno fa mi avevano persuaso che in Italia essa non possa scendere sotto il 35%, peraltro con gradualità, e dunque almeno nella fase iniziale le aliquote devono essere almeno due, con quella più elevata non minore del 40%.

Riguardo invece al reddito quale diritto per far parte del club dei cittadini, bisogna dire che quando si aderisce a un club bisogna pagare la quota associativa, essa non viene pagata a noi, inoltre si hanno precisi doveri in cambio dei benefici dell’appartenenza. Un reddito di cittadinanza nel mondo reale è un inganno intellettuale, un’esca per elettori sprovveduti. Esso esiste solo nel mondo di Adamo ed Eva ove le risorse non sono scarse e ai bisogni provvede la manna. Ma se le risorse non sono scarse non c’è l’economia e neppure la politica. Invece il sostegno economico a chi non è in grado di provvedere da solo a se stesso è sia equo che efficiente e la proposta M5S, che ha nome sbagliato e sostanza corretta, risponde all’esigenza di una protezione generale dalla povertà, la libertà dal bisogno di rooseveltiana memoria, che l’Italia è uno dei pochi paesi sviluppati a non avere. Dunque chiamatelo per favore reddito di solidarietà o in qualche altro modo simile, ma non reddito di cittadinanza che esiste solo nel paradiso terrestre.

Concludo con alcune considerazioni sul debito pubblico e sull’equilibrio dei conti. Due accenni al riguardo in punti diversi del discorso di Conte, il primo dei quali ampiamente condivisibile, il secondo veritiero solo a certe condizioni:

“C’è di nuovo che il debito pubblico lo vogliamo ridurre, ma vogliamo farlo con la crescita della nostra ricchezza, non con le misure di austerità che, negli ultimi anni, hanno contribuito a farlo lievitare. Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile; va comunque perseguita la sua riduzione, ma in una prospettiva di crescita economica”.

Quando un debito è elevato vi sono due soli modi per contenerne gli effetti e renderlo innocuo:

1) Riuscire a produrre più reddito per sostenerne meglio l’onere, e questo nel caso di un debito pubblico è la crescita economica del Paese;

2) Il secondo è cercare di pagarvi sopra il tasso d’interesse più basso possibile, e questo richiede di minimizzare il rischio percepito sul debitore, di essere e apparire debitori solvibili, dunque con conti economici in ordine. Questo requisito ci dice che non possiamo spendere in disavanzo e che se dovessimo farlo in maniera sconsiderata il debito pubblico cesserebbe di essere sostenibile.

© Riproduzione Riservata.