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Economia e Finanza

USA vs CINA/ L'antipasto pericoloso della guerra dei dazi

Dopo la decisione degli Stati Uniti, e la risposta della Cina, si è accesa la guerra dei dazi, che potrebbe avere implicazioni con danni globali. FABIO ACCINELLI

Xi Jiping (Lapresse)Xi Jiping (Lapresse)

Non è un affermazione casuale quella di "guerra mondiale", ma, nella pratica, i dazi entrati in vigore giovedì scorso sono, di fatto, il primo vero scontro tra una potenza dominante e quella emergente nel mondo. In tutto ciò vi è un aleggiare di forte preoccupazione anche tra gli alleati storici di sempre degli Usa. Oggi la Cina gioca il ruolo della vittima dopo l'entrata in vigore dei dazi incrociati su 68 miliardi di dollari di interscambio. A quelli americani del 25% scattati giovedì notte su 34 miliardi di dollari di merci cinesi, Pechino ha risposto con una reazione uguale, contraria e di pari effetto. Trump ha così annunciato possibili tariffe del 10% in autunno su altri 200 miliardi di import dalla Cina ed entro fine anno su ulteriori 300 miliardi. 

Personalmente ritengo che bisogna guardare oltre la cruda "guerra commerciale " che durerà mesi, forse anni. Trattasi di uno scontro vero sull'economia globale: un mezzo per tentare di regolare, di fatto, la geopolitica di tutti i paesi del mondo. Le conseguenze di primo impatto saranno sulla crescita con la  riduzione del Pil di Stati Uniti e Cina almeno dello 0,2-0,3% annuo. Tra i due antagonisti, oggi, si evidenzia la forza dell'economia americana, la quale permetterà di sopportare le conseguenze dirette dell'odierna politica della Casa bianca. Diverso è il discorso per la Cina, avendo essa un'economia estremamente dipendente dall'export: ciò porterà parecchi problemi in più sull'economia interna. 

Ma non finisce qui. Se l'odierno confronto solo all'inizio diverrà una reale guerra dei dazi a tutto campo, successivamente porterà alla distruzione di interi pezzi di catene produttive globali risentendone così tutte le industrie oggi integrate a livello internazionale. E non solo: l'odierna strategia del Presidente americano trova, sì, risposte immediate e dure da Pechino, ma preoccupano, e non poco, anche tutti quei paesi che degli Usa sono alleati da sempre, imponendo e minacciando tariffe commerciali anche per Europa, Giappone, Canada e Messico. La prima e immediata conseguenza di queste prime scaramucce sui dazi, ricadranno sui consumatori cinesi e americani, che vedranno aumentare il prezzo delle merci sia quelle importate, ma anche quelle prodotte all'interno usufruendo delle importazioni di materie prime. Conseguenze dirette si avranno su un gran numero di imprese a iniziare dalle multinazionali, che vedranno ridursi e complicarsi di molto i lori modelli di approvvigionamento, produzione e distribuzione. 

Questo livello di conflitto è già estremamente allarmante con un grado di esasperazione portato dal protezionismo che ne evidenzia sempre di più, ove continuasse, la fine dell'alleanza storica tra Stati Uniti ed Europa: un passo verso un futuro pieno di incognite portatore di un nuovo ordine, o meglio, disordine economico mondiale.  La Fed,  che da mesi ha i propri analisti a lavoro al fine di provare a prevedere i danni commerciali di siffatto scontro, nella sua prima relazione parla di "un innalzato livello di allarme", segnalando che alcune imprese Usa hanno già iniziato a diminuire, o posticipare, i propri investimenti a causa dell'incertezza sulle politiche economiche e commerciali sui paesi. 

Si prevede che un aumento medio del 10% dei prezzi mondiali sulle importazioni causerebbe una diminuzione della domanda globale di beni di almeno lo 0,25-0,5%. È un circolo vizioso perché le imprese dovranno assorbire parte degli aumenti dei costi a scapito dei propri profitti, così cercando di non scaricare tutto il peso dell'aumento sui consumatori. 

Un ultimo accenno sulla Bank of America, la quale in una sua nota prevede che una modesta e ulteriore escalation della guerra commerciale incominciata quest’estate sarà solo l’inizio di uno scontro totale posticipato ai prossimi mesi, e che siffatta situazione, però, non sarà, da quanto è possibile vedere oggi, sinonimo della parola “recessione”.

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