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Scorie radioattive: nessun allarmismo, ma investimenti in ricerca e sviluppo

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Le scorie sono un problema “critico e irrisolvibile” a livello internazionale? O l'Italia è “ipersensibile” sul tema?
 


La quantità totale dei rifiuti radioattivi da smaltire, provenienti dalle passate attività nucleari, dallo smantellamento degli impianti nucleari obsoleti e dall’uso di sostanze radioattive nei settori della ricerca, industriale e medico-sanitario, ammonterà a poco meno di 100 mila metri cubi, di cui la maggior parte sarà di bassa e media attività (II categoria) e circa 10 mila metri cubi ad alta attività e lunga vita (III categoria). Nell’Unione Europea a 25 paesi, ogni anno, sono prodotti (fonte: CE) circa 40 mila metri cubi di rifiuti radioattivi (circa 90 centimetri cubi per persona) e, nell’anno 2000, nell’Unione Europea a 15 paesi sono stati prodotti circa 36 milioni di tonnellate di rifiuti tossici (100 Kg per persona). La dimensione del “problema smaltimento rifiuti radioattivi”, tutto italiano, quindi, è paragonabile a quella che l’Europa affronta ogni due anni ed è notevolmente inferiore alla stessa problematica riguardo ai rifiuti tossici. Per i rifiuti radioattivi di II categoria, la soluzione di smaltimento più idonea, da tempo adottata con successo nella maggior parte dei paesi industrializzati, è lo smaltimento in un deposito superficiale o sub-superficiale a bassa profondità (qualche decina di metri). Tale tipologia di deposito è basata sull’utilizzo di barriere ingegneristiche che sono in grado di mantenere confinata la radioattività per tutto il tempo necessario (tipicamente 300-500 anni) affinché il decadimento radioattivo porti il contenuto di radioattività nel rifiuto a valori dello stesso ordine di grandezza di quelli ambientali, quindi, tale da non rappresentare più alcun pericolo per la popolazione e l’ambiente. Per i rifiuti di III categoria, invece, la soluzione di smaltimento più accreditata prevede un deposito geologico a grande profondità (alcune centinaia di metri) in formazioni stabili di argilla, granito o salgemma, che possono garantire l’isolamento della radioattività per alcune centinaia di migliaia di anni, durante i quali la radioattività decade, anche in questo caso, fino ad arrivare a valori paragonabili a quelli naturali.
 

 
Ci sono soluzioni disponibili o soluzioni “ponte”? Dove indirizzare la R&D?
 


Dalla prima operazione al mondo di smaltimento dei rifiuti radioattivi non condizionati in una trincea nei pressi di Oak Ridge, nel Tennessee nel 1944, sono state maturate notevoli esperienze in questo settore ed una vasta gamma di procedure e di soluzioni tecniche sono state sviluppate ed adottate. L’esperienza è stata maturata con l’esercizio di almeno un centinaio di impianti di smaltimento per rifiuti di medio-bassa attività (in parte oggi già chiusi) e con lo sviluppo e realizzazione di alcune decine di nuove installazioni. Il processo per l’individuazione, la realizzazione e l’esercizio di un deposito superficiale o sub-superficiale (II categoria), quindi, per quanto complesso, rappresenta un percorso consolidato, basato su linee di indirizzo chiare e codificate nella normativa tecnica emessa da organismi sovra-nazionali, di cui l’Italia fa parte, Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Agenzia per l’Energia Nucleare dell’Ocse, Commissione Europea, dai quali è possibile avere anche assistenza tecnica, informazioni e ritorni di esperienza maturata dai vari operatori. Per i rifiuti di III categoria, invece, l’individuazione e la realizzazione di un sito geologico rappresenta una sfida che richiede decenni di studi e costose ricerche in laboratori sotterranei. Pochi paesi al mondo hanno affrontato questa sfida e nell’Unione Europea periodicamente si discute della possibilità di individuare un sito comune (soprattutto tra i piccoli produttori, tra cui l’Italia), anche se ufficialmente il problema non è all’ordine del giorno. Considerato il volume limitato di rifiuti di III categoria, la maggior parte dei paesi europei ha assunto una politica di attesa e la Commissione Europea assegna ancora cospicui fondi ai programmi di ricerca comunitari in tema di smaltimento geologico. Per questa categoria la soluzione più immediata, quindi, potrebbe essere il suo deposito temporaneo a medio termine (50 anni) in una struttura ingegneristica situata nello stesso sito del deposito di smaltimento della II categoria, in attesa che possano essere individuate soluzioni comuni a livello europeo ed eventualmente affrontare il percorso della realizzazione del deposito geologico fra qualche decennio, qualora nel frattempo la prima possibilità non dovesse mature e non si realizzi alcun altra alternativa. Le attività di ricerca e sviluppo possono fornire un notevole contributo sia per la realizzazione del deposito geologico (nazionale o comunitario) sia per la minimizzazione dei rifiuti radioattivi, già a partire dalla loro produzione in reattore, soprattutto se si riprendesse la produzione di energia da fonte nucleare. Le competenze dell’ENEA e della sua rete di ricerca sulle tecnologie, sul Partitioning & Transumation, sui reattori veloci raffreddati al piombo, sui sistemi sottocritici guidati da acceleratori (ADS, ideati ed introdotti in Italia dal premio nobel Carlo Rubbia), rappresentano oggi un importante asset in questo settore.
 

 
Quali soluzioni, per i rifiuti nucleari, sarebbero auspicabili e quali invece indispensabili, se l'Italia decidesse di riprendere le attività nucleari?
 


Indipendentemente da qualsiasi decisione sulla ripresa delle attività nucleari, la definitiva messa a dimora dei rifiuti radioattivi esistenti o provenienti dallo smantellamento degli impianti obsoleti è urgente ed indifferibile, come più volte sottolineato anche da importanti Organismi istituzionali (Autorità di controllo, Dipartimento della Protezione Civile, Ministeri, etc.). La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che negli anni scorsi ha varato la Joint Convention on the Safety of the Management of Spent Fuel and on the Safety of the Management of Radioactive Waste alla quale l’Italia ha aderito, sottolinea tra gli obblighi cui i Paesi firmatari debbono sottostare proprio la messa in sicurezza del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi. Si auspica, pertanto, che il processo avviato recentemente dal Ministro dello Sviluppo economico, con l’istituzione di uno specifico Gruppo di lavoro composto da rappresentanti del governo e delle Regioni ed esperti di settore, si concluda nei tempi previsti e porti alla definizione delle procedure di individuazione e realizzazione di una installazione per lo smaltimento dei rifiuti di II categoria e deposito temporaneo per quelli di III categoria, ma che, come indicato dal Ministro, l’installazione sia anche un polo di eccellenza per attività di ricerca e sviluppo, per la fornitura di servizi tecnologici e di formazione di alto livello. In caso l’Italia decidesse di riprendere le attività nucleari produttive dovrebbe porsi prioritariamente il problema di ricostruire un sistema solido di gestione dell’intera filiera, partendo dalle più importanti realtà nazionali attive nel settore ed in prospettiva puntare decisamente ad una nuova generazione di reattori più sicuri ed a più basso rateo di produzione di rifiuti, soprattutto di III categoria. Tali reattori sono in fase avanzata di studio concettuale e il nostro Paese è anche all’avanguardia su alcune tipologie, come è emerso dal workshop dell’ENEA del 10 aprile scorso.



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