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FINANZA/ La ricetta di Bazoli per una vera democrazia economica

lunedì 23 novembre 2009

Il presidente di Intesa Sanpaolo ha tenuto a settembre una lectio in Vaticano. L'intervento di Antonio Quaglio, caporedattore centrale de Il Sole 24 Ore ne analizza i passaggi principali e la grande portata per il mondo finanzario.

 

La crisi globale non è stata un incidente tecnico - grave ma rimediabile nella sfera circoscritta dell'economia - ma l'implosione di un capitalismo anti-umano, che può degenerare ulteriormente nel dispotismo. E non è affatto finita, la Grande Crisi, anzi: sta cominciando ora. Di più: sarebbe un errore impedire che la crisi prenda forma nelle vite e nelle coscienze scosse delle persone e in una nuova percezione del "bene (o del male) comune" nel cuore profondo delle società.

 

Sarebbe contro gli interessi veri di una ripresa (ricostruzione) dell'economia impedire la maturazione di una "crisis" vera, di un autentico discernimento culturale (e quindi etico-politico) del collasso dei mercati finanziari e della più grave recessione del dopoguerra. I G20 riuniti in permanenza, le terapie puramente economiciste di matrice tecnocratica, la corsa alla ri-regolazione tout court, non approderanno a nulla senza una critica radicale (e dall'interno) della cultura liberale dominante nell'ultimo quarto di secolo: senza una rielaborazione di categorie come “democrazia economica” o “meritocrazia”.

 

E mai come in questo momento assume valore di alta sussidiarietà il pensiero-annuncio cattolico in un mondo disorientato: perché questo è il significato ultimo della Caritas in veritate, l'enciclica con cui Papa Benedetto XVI ha voluto tenere accesa la fiaccola della Centesimus annus di Giovanni Paolo II, ma anche l'illuminante Populorum progressio, punto fermo della dottrina sociale firmato da Paolo VI all'indomani del Concilio.


Ed è da qui, dalle tre grandi encicliche sociali contemporanee lette assieme, che ha tratto ispirazione Giovanni Bazoli: banchiere, giurista, intellettuale cattolico sempre d'eccellenza, sempre di frontiera. È stato suo (già nella primavera 2007, a crisi non ancora deflagrata) l'allarme - accolto da più di una polemica - sulla riduzione delle banche a semplici "money making machines", esposte a rischi tanto più alti quanto minore era via via la loro sensibilità strategica per gli interessi generali dell'economia..

 

A settembre, il presidente di Intesa Sanpaolo è stato invitato dalla Santa Sede a tenere una "lectio" ai vescovi neo-ordinati nel mondo. Quelle riflessioni sugli sbocchi della crisi economico-finanziaria, riordinate, hanno visto la luce significativamente sulle pagine domenicali di Avvenire (il quotidiano della Chiesa italiana) e all'indomani della visita di Benedetto XVI a Brescia: un omaggio dichiarato alla memoria di Papa Montini, al cui magistero personale Bazoli si è formato. È un testo denso, che merita una lettura integrale, che certamente è destinato ad aprire un dibattito: su almeno tre questioni, ad avviso di chi scrive questi brevi appunti.


La prima è la "sapientia" dei cattolici e della Chiesa nel l'allargare lo sguardo della ragione sulla realtà economico-sociale. La Caritas in veritate, nel pensiero di Bazoli, produce la massima autorevolezza perché la Chiesa è da oltre un secolo un'osservatrice acuta, instancabile, culturalmente attrezzata. La tutela del lavoro, il primato della persona rispetto alla produzione, l'obiettivo tendenziale di ridurre le diseguaglianze economiche sono principi vivi nel magistero fin dai tempi del confronto con la cultura marxiana e con le strutture del collettivismo sovietico.

 

Ed è l'approccio anticipatore sul piano storico-umano globale della Populorum progressio ad autorizzare successivamente poi Giovanni Paolo II a riconoscere (ma in misura non esclusiva) il ruolo del mercato e della concorrenza come strumenti di libertà e di sviluppo della persona. Ed è oggi quell'apertura puntuale a consentire a Benedetto XVI una critica a un capitalismo che non serve più l'uomo ma arriva perfino a minacciarlo.

 

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