Economia e finanza
martedì 2 febbraio 2010
Chi segue le trasformazioni in corso nei mercati mondiali vede scorrere dinanzi ai suoi occhi avvenimenti imprevisti. Comincio dal più rilevante per quanto riguarda le grandi imprese: dopo tre decenni di disintermediazione, vendite al maggiore acquirente di “spezzatini” secondo una strategia solo borsistica, ecco riapparire una vecchia conoscenza: l’integrazione verticale.
Ossia non più vendere e dar fuori da fare e poi ricomprare, ma riportare nel marsupio aziendale risorse e competenze, dalle materie prime sino alle reti di distribuzione. L’industria mineraria è la più rapida nel far ciò; quella alimentare segue a ruota acquistando la terra e i mulini; quella tessile di qualità non è da meno, allevando vicuña e pecore, controllando essa stessa il prodotto.
Si riscopre anche che alcune industrie non sono in grado di generare popolazioni d’impresa che competono tra di loro in modo perfetto. Tra esse spiccano tutte le industrie minerarie. I giacimenti non si scambiano a piacere come palline da pingpong: “si scavano dove sono”, diceva un mio vecchio maestro che ora sverna in Australia e sogna i bei tempi degli anni del novecento quando non esistevano le mosche cocchiere dei mercati perfetti.
Eppure c’è chi di queste grandi trasformazioni non si accorge. Anzi, se ne vuole fare alfiere e continua a predicare. Mi riferisco per esempio ad alcuni fondi d’investimento, ostinati, che comprendono ben poco dell’industria degli idrocarburi fossili; per intenderci gas e petrolio
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