FASTWEB-TELECOM/ Sparkle, "i signori della truffa" che non hanno imparato nulla dalla crisi
venerdì 26 febbraio 2010
La vicenda di Fastweb e Telecom Italia, nella sua complessità tecnica, è molto semplice nella logica. Le due società compravano e vendevano traffico telefonico per decine se non centinaia di milioni alla volta da e a piccole società finanziarie inglesi o panamensi con l’effetto di diventare un anello della catena di transazioni economiche che portava all’esportazione illegale di danaro con conseguenti frodi fiscali. Secondo gli inquirenti il giro d’affari, solo per queste due aziende, è stato di 2 miliardi di euro, mentre le tasse evase ammonterebbero a oltre 360 milioni. Nella vicenda a sconvolgere non è il meccanismo, ma l’entità dei numeri in gioco e soprattutto il fatto che a fornire il capitale iniziale, senza il quale la truffa non poteva mettersi in moto, fossero esponenti legati alla ‘ndrangheta che hanno collaborato all’elezione di un senatore. Ma questo è un altro discorso.
Dal punto di vista economico chiunque si sia occupato del mercato delle telecomunicazioni sa perfettamente che questa girandola di traffico telefonico contro fatture estere è da sempre prassi usuale di qualsiasi azienda telefonica del mondo. Cambiano i valori in gioco e, per così dire, i partner d’affari, ma il meccanismo esiste da sempre. Ciò significa che i bilanci di tutte le società telefoniche sono falsi? No, però, diciamo, sono meno veri di un bilancio di una qualsiasi altra società, che già in quanto a esatta rappresentazione dello stato di salute dell’azienda lascia a desiderare.
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Il traffico telefonico, in queste triangolazioni, veniva effettivamente comprato, venduto e pagato. E i soldi passavano davvero di mano in mano, solo che “la merce” non veniva venduta grazie al fatto di offrire sul mercato prezzi inferiori ai concorrenti o per l’abilità della direzione vendite della società. Il traffico veniva venduto in quanto funzionale alla creazione di crediti Iva fasulli e, in questo senso, più costava e meglio era. La società continuava a mostrare numeri in crescita, ma, come dire, non era “merito” suo.
Ma c’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare e cioè il fatto che al netto degli affari criminali che venivano svolti grazie a queste triangolazioni, il motore che fa scattare la necessità di queste truffe è lo stesso che ha portato alla crisi economica scoppiata nel 2007. Ossia l’ideologia del gigantismo, il dogma della crescita a qualunque costo, l’obbligo di mostrare ogni trimestre numeri sempre migliori. Per questo, ad esempio, si è arrivati a regalare telefonini e carte Sim in un mercato che già conta 2,5 Sim per abitante. È evidente che, per raggiungere questo scopo, le aziende, non solo telefoniche, sono più propense a scendere a patti anche con il diavolo, rappresentato, in questo caso, da piccole società anonime sparse nei paradisi fiscali. E dispostissime a diventare centri di commercializzazione offshore di traffico telefonico con i soldi della n’drangheta. Esattamente come è successo.
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mi permetto di segnalare il mio intervento sui bilanci societari , dove prendevo ad esempio quello di TELECOM http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=13938
La truffa è piuttosto complessa. Da quello che mi sembra di aver capito il traffico fatturato era finto. Il sistema dovrebbe essere simile ad una gigantesca catena di Sant'Antonio dove a seguito di un complesso giro di fatturazione a società off shore e di rifatturazione da parte di queste ultime si generano crediti IVA di cui si può chiedere il rimborso mentre che deve pagare le tasse scompare. Spero francamente che non sia un prassi così usuale nel mondo delle telecomunicazioni.
Non c'è altro da fare: Scaglia riporti questi capitali in Italia! semplice poi andremo a verificare puntualmente di chi è la colpa. Credo che la legge ci sia già, quella della confisca dei beni in odore di mafia.