Economia e finanza
venerdì 26 febbraio 2010
In occasione dei 50 anni dalla morte di Adriano Olivetti il settimanale Vita in edicola questa settimana ha realizzato una lunga intervista a Giulio Sapelli, grande conoscitore della storia di questo personaggio mitico dell’imprenditoria italiana. Racconta: «Sono entrato al Centro studi Olivetti prima di laurearmi, nel 1966, quando c’era Franco Momigliano. Ero uno studente lavoratore diciannovenne e mi emozionavo incontrando Pampaloni, Volponi, Soavi. Adriano era morto da sei anni, e quella era una Olivetti già sconvolta perché il gruppo di controllo guidato da Aurelio Peccei, chiamato dai nuovi azionisti (Fiat, Pirelli, Mediobanca, ecc.), aveva deciso di vendere la divisione elettronica al principale concorrente, la General Electric».
Sei anni dopo si respirava ancora la presenza di Adriano Olivetti?
Si respirava ancora per le opere sociali perfettamente funzionanti, la biblioteca meravigliosa, gli stabilimenti fatti di vetro e luce, la fierezza dei lavoratori, l’umiltà e la bontà di gran parte dei dirigenti davvero fuori norma, e la presenza di molti intellettuali.
Quando si dissolve il sogno olivettiano?
La dissoluzione definitiva del suo sogno inizia con la morte di suo figlio Roberto, nel 1985, anche se già nel 1978 aveva lasciato ogni incarico nella società che aveva guidato sino al 1971. Lì ciò che restava di Adriano viene travolto con l’ingresso di Carlo De Benedetti, amministratore delegato dal 1978 e poi presidente dal 1983. Come ricorda l’ingegner Giovanni Truant, uno dei dirigenti della Olivetti in quegli anni, in un libro cui ho fatto una postfazione “Uomini e lavoro alla Olivetti”, «c’era in lui un senso di fastidio per tutto ciò che in azienda ricordava ancora lo stile di Adriano».
In un suo libro del 2002, “Merci e persone” compare un saggio sulla “santità” di Olivetti. Non è forse espressione esagerata?
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