Lavoro
martedì 2 marzo 2010
Ogni sessanta minuti i computer di Wal-Mart, la più potente catena di supermercati del pianeta, processano più di un milione di transazioni con i clienti, per un totale di 2 milioni di terabytes pari a 167 volte il contenuto, in termini di unità informative, della biblioteca nazionale di Washington. L’archivio fotografico di Facebook ha raggiunto e superato la cifra di 40 miliardi nel giro di pochi anni.
Nel 2003, pochi mesi della nascita del social network partorito da Mark Zuckerberg, il mondo gridò al miracolo per il completamento della sequenza del genoma umano, dopo dieci anni di lavoro: oggi basta una settimana di lavoro per completare un’operazione analoga. Questi e altri esempi sono tratti dallo speciale che The Economist, in edicola dal 27 febbraio, dedica alla “cornucopia” dei dati che domina l’attuale congiuntura in economia come in politica o in ogni altra scienza, naturale o umana che sia: la ricchezza delle informazioni a disposizione di chi deve interpretare un fenomeno e trarne le dovute conseguenze è di sicuro un grande vantaggio; ma troppa grazia, si sa, può creare confusione e incertezza.
L’altalena delle indicazioni, spesso discordanti, in materia di macroeconomia è un buon esempio dell’attenzione che si deve prestare ai dati per evitare facili o strumentali abbagli che, naturalmente, rischiano di essere amplificati in tempi di campagna elettorale, vuoi da chi tende a dimostrare che “il peggio è passato” piuttosto che da chi vuol sottolineare che “il peggio deve ancora venire ” per colpa dei governanti, colpevoli di non esser intervenuti in tempo e in maniera efficace. Atteggiamenti che, come sempre capita, portano con sé un germe di verità ma sono sostanzialmente sbagliati nelle premesse e nelle conclusioni. In realtà:
1) La notizia che il 2009, anno orribile, abbia registrato un crollo del Pil del 5%, rispetto al previsto -4,9%, conferma che la ripresa, dopo i segnali incoraggianti del terzo trimestre, si è di nuovo afflosciata. Ma non è il caso di affliggerci per i mali del Bel Paese che è in buona compagnia. Un andamento analogo si registra in Germania, economia orientata all’export al pari se non di più di quella italiana (così dipendente proprio dalla salute della Germania) o di altri Paesi dell’area Ocse.
Fanno eccezione gli Stati Uniti, che vantano una struttura assai più flessibile (e che per questo, in assenza di solidi ammortizzatori sociali hanno pagato un prezzo assai più salato) e la Francia, in calo solo del 2,4%. Ma a Parigi si è fatto ampio ricorso agli sgravi fiscali, a partire dall’Iva, come dimostra il brusco calo delle entrate. Purtroppo, l’Italia non poteva permettersi questa terapia.
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