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giovedì 26 gennaio 2012
LIBERALIZZAZIONI. Monopolisti di Stato felici e contenti, potremmo dire in sintesi dopo il decreto liberalizzazioni del governo Monti. Col provvedimento della scorsa settimana si è infatti messo opportunamente mano a diversi vantaggi e protezioni dalla concorrenza di cui hanno sin qui goduto molti servizi privati, ma la mano riformatrice del governo si è rivelata assai più timida nel caso di servizi offerti da grandi settori oligopolistici quali quelli delle assicurazioni e delle banche e non ha per nulla intaccato le posizioni dominanti o monopoliste di fatto di grandi gruppi pubblici, quelli nei quali il monopolista è lo stesso Stato che dichiara di voler liberalizzare.
Si può dire in sintesi, dopo un’attenta lettura del provvedimento, che lo Stato liberalizza gli altri (taluni), ma continua a non liberalizzare se stesso. I servi postali, il trasporto ferroviario, quello pubblico locale, la raccolta dei rifiuti, i servizi idrici continueremo a doverli comprare dal settore pubblico con bassa qualità e alti prezzi o, in alternativa, quando i prezzi sono bassi, con alte sovvenzioni pubbliche coperte a nostra insaputa dalle troppe tasse che paghiamo. Certo, possiamo essere contenti della separazione proprietaria di Snam Rete Gas dal gruppo Eni, ma essa non avverrà in tempi brevissimi, le relative modalità non sono ancora note e se favorirà un’effettiva crescita della concorrenza nel mercato del gas non possiamo ancora dirlo. Meglio quindi aspettare il provvedimento di separazione prima di esultare.
Con le poste e ferrovie, invece, non ci siamo proprio. La separazione proprietaria tra rete ferroviaria e servizi di trasporti, tra binari e treni per intenderci, è rinviata a dopo che un’autorità che ancora non c’è avrà dato una valutazione dei benefici che la separazione risulterà aver prodotto nelle esperienze europee che la hanno adottata, dopo un congruo periodo di osservazione delle medesime. E a tutti i lettori appare evidente che l’aggettivo congruo è utilizzato come sinonimo di lungo. Neppure il decreto ha provveduto a correggere la pessima trasposizione che il governo precedente aveva fatto della terza direttiva europea sui servizi postali, quella che liberalizzava integralmente il mercato del recapito dall’inizio dello scorso anno. Così potremo continuare ad affidarci a un mercato che è nominalmente liberalizzato (di diritto) e sostanzialmente monopolizzato (di fatto) dall’azienda pubblica la quale, nonostante il monopolio, riesce a perdere nel recapito ogni anno parecchi soldi che noi contribuenti provvediamo puntualmente a ripianare.
Ma quanto costa a noi consumatori, e nello stesso tempo contribuenti, non avere utilities altrettanto liberalizzate dei paesi europei più avanzati? Una risposta può arrivare calcolando il beneficio che i consumatori ricaverebbero se, liberalizzando i nostri mercati in maniera analoga ai paesi europei che risultano più liberalizzati secondo il rapporto annuale dell’Istituto Bruno Leoni, potessero trarre vantaggio da identiche condizioni in termini di prezzi unitari medi di mercato al netto delle imposte, imposte medie unitarie, sovvenzioni pubbliche unitarie (ove presenti) e livelli di consumo medi pro capite ove questi risultino in Italia sottodimensionati. Di seguito, settore per settore, i principali risultati dello studio.
Visto il clima di liberalizzazioni e tenuto presente che i nostri rappresentanti politici cumulano più di un incarico (e quindi più emolumenti) perchè non liberalizziamo dando la possibilità ai dipendenti pubblici (fatti salvi alcuni requisiti come non fare concorrenza al proprio ente) di avere un secondo lavoro? Un secondo lavoro determinerebbe da una parte un miglioramento dei introiti delle famiglie e dall' altra porterebbe allo scoperto un segmento di economia in nero con consequenti maggiori imponibili fiscali. Inoltre questa liberalizzazione si potrebbe eventualmente associare a una maggiore flessibilità in uscità del dipendente pubblico.
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