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giovedì 31 dicembre 2009
Nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, alla fine il viandante domanda: “Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”. A quel punto, il venditore, messo da parte l’entusiasmo iniziale, risponde con un disilluso: “Speriamo”.
Lo stesso disilluso “speriamo” si potrebbe porre a commento di una certa piega assunta dal dibattito sulle riforme negli ultimi giorni, che appare inquinato da un fronte che sembra contrario alla possibilità stessa di riforme condivise.
Si tratta del fronte che tende a chiamare subito “inciucio” quella capacità di compromesso che appartiene alla nostra più genuina tradizione costituente, si tratta del fronte che non accetta di riflettere sul fatto che a una visione particolare si può sostituire una visione generale, mirata al bene comune; si tratta del fronte che non considera che una riforma condivisa potrebbe porre fine allo scontro istituzionale e civile in atto nel nostro Paese e portarlo nello stesso tempo alla modernizzazione istituzionale.
Non è certo da questo fronte che può nascere una qualche speranza. C’è invece bisogno di un maggiore spessore politico e istituzionale, che sappia considerare, come ha fatto Tremonti in una recente intervista al Corriere della Sera (20/12/09), che il particolare può essere contenuto nel generale e che “un impegno costituente comune avrebbe un effetto naturale di pacificazione”.
È vero che in Italia c’è il rischio di una doppia crisi, esterna e interna. Quella di origine esterna ha avuto in Italia un impatto relativamente minore, perché il sistema, grazie proprio alla sua tradizione, ha tenuto meglio che altrove. Quella interna deriva da un sistema politico che “da un lato è vecchio e poco efficiente, dall’altro tende ad autodistruggersi”.
Sono quanto mai apprezzabili le aperture che su questo dialogo costituente sono venute da personalità come D’Alema. La riforma a maggioranza, così come l’inchiodarsi su questioni solo di parte non risponde ai problemi, anzi li amplifica, radicalizza lo scontro, non rompe quei fronti politici che come parassiti si nutrono della disgregazione, anzi li legittima.
L’antidoto al conflitto è sempre stato ed è una visione generale: Ruini, presidente dell’assemblea costituente, nella storica seduta del 22 dicembre 1947 richiamava al fatto che “l’esigenza dell’opera collettiva, della collaborazione di tutti, in democrazia è l’inevitabile, ed è la forza stessa della democrazia” e che “la Costituzione, come ogni opera collettiva, non può che essere una transazione, come è tutta la storia”.
In questo scenario l’ipotesi di una convenzione aperta al pluralismo (già proposta nel Rapporto Sussidiarietà e riforme istituzionali, Fondazione per la sussidiarietà, Mondadori 2007) potrebbe essere il luogo dove considerare i nodi irrisolti del nostro assetto istituzionale; può essere il luogo dove, in tutt’altro clima rispetto a quello degli ultimi mesi, viene anche considerata e risolta la questione dell’immunità, con una soluzione ispirata al modello del Parlamento europeo.
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