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La strada di Marcos e Cleuza

Domenica scorsa dodicimila tra “senza casa” e “senza università” hanno riempito il palazzetto dello sport di Ibirapuera, a San Paolo, per incontrare don Julian Carron

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In Brasile ci sono cinquanta milioni di poveri. Poveri veri. Famiglie che vivono recuperando lattine usate, sotto-sottoproletariato delle megalopoli, ragazze plurimadri, venditori ambulanti.

 

Probabilmente sono più di cinquanta milioni, ma certo il governo federale di sinistra non ama dichiarare i numeri e le enormi difficoltà del recupero sociale. Un governo che si potrebbe definire “governista”, nel senso di uno statalismo meno teorizzato e più realizzato, pervasivamente. Non innanzitutto una filosofia dello Stato che determina le scelte, ma una prassi onnicomprensiva di Governo. Che fa e che deve fare. Tutto. A tutti i livelli, da quello federale a quello comunale, passando per i potentissimi governatori dei singoli Stati che compongono l’immenso, pauroso, strabiliante Paese.

Le nuove concezioni dello sviluppo (anche del micro-sviluppo) affermano che il riscatto avviene attraverso la persona, è la persona che può e deve diventare responsabile della propria avventura nella comunità. E dunque ogni politica sociale deve mettere al centro la persona, garantendo condizioni di base e incoraggiandola a camminare cercando la propria riuscita. È questa l’unica certa strada di uscita dalla povertà, perché risponde al desiderio umano di libertà e protagonismo.

La “linea governista”, maggioritaria in Brasile, ritiene invece che le strade debbano essere determinate dall’alto. Il governo eroga, il governo assegna, il governo garantisce. Case e servizi, salario di sussistenza e impiego, progetti sociali e processi di crescita. In questo modo si aiutano le persone o si diffonde l’assistenzialismo? La società si arricchisce di nuovi soggetti, di persone e gruppi capaci di autosufficienza e di creatività o si favoriscono passività e dipendenza dall’alto?

La strada proposta da Cleuza e Marcos Zerbini segue il tracciato della persona. Da sempre impegnati nella lotta contro la povertà nella megalopoli di San Paolo, guidano una Associazione che ormai raduna ben oltre centomila aderenti. Una parte sono famiglie che vogliono diventare proprietarie di una casa (diciottomila lo hanno già fatto); una parte sono giovani che vogliono raggiungere la laurea universitaria. Intraprendono un cammino duro, lungo e senza garanzie. E bello al punto che di quelli che lo abbandonano si ricordano facilmente i nomi.

Gli scopi sono la casa e la laurea, ma quello che trovano nella vita dell’Associazione è il metodo per raggiungerli. Una scuola di vita, di condivisione, di amicizia, di responsabilità, di protagonismo. Un gigantesco laboratorio di formazione dove incredibilmente l’allegria non nasconde le difficoltà, anzi, in qualche modo se ne nutre e le assimila.

Domenica scorsa dodicimila tra “senza casa” e “senza università” hanno riempito il palazzetto dello sport di Ibirapuera, a San Paolo, per incontrare don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Ai suoi “seguaci” Marcos Zerbini lo ha presentato come «la persona che io seguo». Per Marcos e Cleuza infatti «nella vita si seguono persone, quelle che ti aiutano nel cammino, che rendono più chiari i criteri dell’esperienza».

Seguire qualcuno che sta seguendo qualcun altro. È la formula di questi due leader popolari acclamati e soprattutto amati. Al punto che il loro allegro popolo di poveri non ha esitato ad amare l’uomo che loro stessi amano. Striscioni, canti, applausi per esprimere la felicità di aver trovato un nuovo amico «che ci aiuta nel cammino».

Il successore di don Giussani («io seguo lui») ha delineato una proposta cristiana vibrante di passione per la vita. Desiderio, intensità, pienezza sono state le sue parole chiave. Molto è stato detto su Gesù in un discorso che in nulla c’entrava con la “religione”, inflazionatissima in Brasile, e riguardava invece la persona, la sua verità, la sua dignità, e con esse il suo “diritto” a incontrare risposta ai bisogni e compimento delle attese. La proposta di un “io” capace di vivere qualunque circostanza, anche la povertà. È questa la strada per sconfiggerla.

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