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venerdì 1 ottobre 2010
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La fiducia assegnata con amplissimo margine da entrambi i rami del Parlamento al governo Berlusconi è un fatto, e come tale è molto più testardo delle teorie su di esso. La fiducia prima di essere interpretata va, per onestà, constatata. Gli atti delle Camere non sono sceneggiate. Invece quasi tutti spiegano al popolo: si è votata la fiducia, dunque si va a votare.
Non ne esistono le ragioni, né costituzionali né politiche. La rotta è determinata dalle scelte chiare, dalle decisioni concrete, non da presunti retropensieri. Del resto il presidente del Consiglio Berlusconi ha proposto a deputati e senatori, e attraverso di loro a tutto il Paese, una visione della politica e dei compiti del governo e del Parlamento sganciati da qualsiasi “rancore personale”, protesi al “bene comune che dà nobiltà alla politica”, sviluppati poi in un programma con capisaldi che certo non possono essere trascurati per curare le varie botteghe particolari.
Ha pronunciato insomma un discorso “alto”, attaccato cioè agli ideali, ma con conseguenze sul terreno delle cose e dunque con la chiara volontà di insistere nell’azione di governo, fino alla scadenza naturale della legislatura. Non ha - e non avrebbe avuto pochi argomenti… - messo in causa il ruolo del presidente della Camera, né versato una sola goccia di velenoso risentimento. È stato positivo, ha teso la mano dopo che sabato scorso Fini ha proposto di spegnere i fuochi di guerra.
Berlusconi ha dunque chiesto la fiducia sia su una concezione della politica che metta da parte qualsiasi forma di odio e di delegittimazione reciproca, sia su un programma preciso nei principi e negli scopi, ma aperto a contributi anche delle opposizioni, così che si concorra responsabilmente agli “interessi nazionali” e al benessere “dei nostri figli”. Non ha scritto dal nulla un programma nuovo, ma ha attualizzato quanto resta da realizzare di quel che gli italiani scegliendo il centrodestra hanno chiesto si facesse.
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