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Il gelo del risentimento

lunedì 1 febbraio 2010

 

A volte sei lì che cerchi di capire come ti stanno andando le cose, di cogliere l’elemento inafferrabile che pure accomuna tante situazioni in cui sei implicato, di dare un nome al filo sconosciuto che unisce molti sguardi che incontri. A volte ti capita di sentire una parola che descrive perfettamente quell’elemento comune, quel filo. Così è stato per me quando, nella recente prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei, mi sono scontrato con la parola «risentimento».

Il mio dizionario dice che si tratta di un «atteggiamento di avversione verso qualcuno per un’offesa ricevuta». Ecco, mi sono detto, è proprio così. I discorsi che senti, per strada o attraverso i mezzi di comunicazione, sono spessissimo il lamento di chi, sentendosi offeso, ce l’ha eternamente con qualcuno. Il dibattito politico è ridotto a rinfacciarsi le colpe. Succede qualcosa che non va o ti capita un dolore e subito reagiamo risentiti, come se avessimo subito un torto. Persino nei rapporti più stretti, magari in un incontro di amici, circola il fiato gelido di un rancore a malapena velato, il mugugno di chi in fondo si sente tradito nelle sue aspettative, non si riconosce al suo posto e si domanda astioso di chi sia la colpa.

Il dolore, l’insoddisfazione, la domanda di giustizia - da sempre molle per un impeto di ricerca, di superamento, per uno slancio in avanti - si ripiegano su se stesse e diventano, appunto, risentimento. Ma contro chi? Dio è scomparso dall’orizzonte e non si può più - o non si osa - neanche bestemmiarlo. Non rimane che prendersela con lo stato, il comune, l’autista di fianco al semaforo, il collega oppure addirittura l’amico, la moglie, i figli.

 

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