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lunedì 22 marzo 2010
Venerdì scorso abbiamo celebrato la festa del papà. Ed è abbastanza sorprendente che essa prenda spunto da uno – san Giuseppe – che papà lo è stato nel modo più strano immaginabile. Da secoli la tradizione cristiana del rosario fa meditare, come ultimo dei «misteri gaudiosi», l’apparentemente marginale episodio di Gesù dodicenne che rimane a Gerusalemme mentre i suoi genitori si avviano verso casa.
Accortisi che il ragazzo non era, come pensavano, nella carovana, Giuseppe e Maria tornano angosciati a cercarlo in città e lo ritrovano nel tempio mentre ascolta e discute con gli esperti della legge. Comprensibilmente lo rimproverano e si sentono rispondere: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». L’evangelista Luca è costretto ad annotare che «essi non compresero le sue parole».
È infatti molto difficile che un padre capisca e accetti davvero che, arrivato ad una certa età, il figlio deve percorrere la sua autonoma strada, deve staccarsi da lui, deve rispondere ad una paternità – il «Padre mio» – che è molto più profonda di quella che fin lì ha vissuto per via della generazione nella carne. Del resto il padre sa anche che, senza quell’altra paternità, la sua non potrebbe che sfiorire mestamente quanto più il figlio cresce.
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