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Protezionisti a chi?

mercoledì 11 agosto 2010

I dati su Pil e produzione industriale relativi all’Italia sono senz’alto incoraggianti. L’aumento dell’1,1% del Pil nel secondo trimestre, se confrontato con quello del 2009 (-6,1%), indica indubbiamente un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni, che hanno segnato sistematicamente un segno negativo, con la sola eccezione del primo trimestre del 2008.

 

Ancora più incoraggiante è la performance della produzione industriale, che segna per giugno una crescita dell’8,2%, ma che è in segno positivo da gennaio e che, a partire da febbraio ha registrato ogni mese una cifra mai inferiore al 7%.

 

Sicuramente questi mesi non sono sufficienti a essere cartesianamente certi che l’uscita dalla recessione sia definitiva, ma lo sono per permettere di scommettere con buonissime probabilità su di una ripresa significativa.

 

Di fronte a questi dati, vi sono stati molti commenti freddi o scettici, tesi a ripetere il ritornello che abbiamo sentito fin dall’inizio degli anni 2000: l’Italia cresce troppo poco rispetto agli Stati Uniti e agli altri Paesi Ue.

 

Ciò è vero, ma occorre capire perché. Il nostro sistema economico è fatto per la quasi totalità di micro, piccole e medie imprese. Esse costituiscono una sorta di tessuto elastico che nei momenti di difficoltà regge meglio di altri sistemi (quelli basati sulla grande industria), ma che nei momenti di ripresa tende a ripartire più lentamente, anche per la minore capacità d’investimento.

 

Insieme a questo dato intrinseco al sistema delle imprese, vi è poi il dato ambientale che tende a penalizzarne la competitività (complicazione ed eccessiva variabilità normativa e burocratica, incertezza del diritto, inefficienza della giustizia civile, infrastrutture, alta tassazione e problema energetico).

 

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