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Elogio della vecchia politica

giovedì 12 agosto 2010

E poi si continua a sostenere che la vecchia politica, altrimenti detta “Prima repubblica”, era peggio. Ma oggi possiamo ricordare con nostalgia le lotte leonine tra Craxi e De Mita, condotte a viso aperto e con vigore ideologico. E la bagarre democristiani-comunisti dei primi anni ‘70 o quella comunisti-socialisti degli anni ‘80.

 

Come le grandi (e qualche volta grandiose) drammaturgie delle correnti scudocrociate, bollate come “teatrino” dai nuovi leader che avrebbero voluto e dovuto “cambiare tutto” (mentre in questi anni, soprattutto gli ultimi, paghiamo il biglietto per operette con trame sempre diverse e finali sempre uguali).

 

Quanto vorremmo assistere a una di quelle epiche querelle tra fanfaniani e donatcattiniani, piuttosto che alla odierna maniacale messa in scena del processo di Montecarlo. Fa persino tenerezza ripensare alle notti brave romane dei “precursori” Renato Altissimo e Gianni De Michelis, oggi catalogabili come cose da educande.

 

E che dire dei governi balneari, tecnici, di transizione, ponte, mono e bicolori, preambolisti o di unità nazionale, quadri e pentapartiti, di sviluppo e di contenimento, riformisti e di prospettiva: formule partorite da quella fertilissima fantasia dell’Italia che fu - e alle quali molti sono tornati in questi giorni di furori e rancori per cercare un barlume che scacci la notte delle elezioni anticipate (altro tipico rito del passato).

 

All’epoca la gestione anche feroce del potere era accompagnata da cultura istituzionale raffinata e da un interesse profondo per le questioni fondamentali di contenuto - si pensi a una Dc lombarda riunita ad ascoltare don Giussani.

 

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica tutto quel mondo, che certo presentava crepe e scricchiolii, doveva venire soppiantato da un moderno riformismo liberale e dalle sue parole d’ordine: drastica riduzione dello Stato, meno tasse, libertà individuali e imprenditoriali, meritocrazia.

 

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