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giovedì 2 settembre 2010
Il fatto è dolorosamente noto. Due ginecologi litigano in sala parto, a Messina, e la donna in gravidanza ne fa le spese, assieme al piccolo che ha in grembo. A lei viene praticato il cesareo, ma poi ha delle complicazioni che impongono l’asportazione dell’utero. Anche il nascituro soffre in modo drammatico: ha due arresti cardiaci; appena nato deve essere posto in coma farmacologico. Sono partite due inchieste: una interna della struttura sanitaria, l’altra della Magistratura.
La domanda, angosciante, è la stessa: il litigio dei medici ha fatto perdere tempo prezioso alle cure di mamma e bambino? O peggio è in qualche modo causa di errori nell'assistenza al parto?
E’ peggio della malasanità tradizionale. Qui è in gioco il rapporto fra paziente e medico. Ed è in questione un’altra importante facoltà: ascoltare. Alcuni anni fa un grande neurologo e scrittore, Oliver Sacks, l’autore di Risvegli e L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, raccontò la propria esperienza clinica in un avvincente libretto (Su una gamba sola), storia di un paziente (già medico) improvvisamente colpito ad una gamba per via di un incidente.
Il chirurgo che lo seguiva spiegava al neurologo che per lui l’intervento era riuscito, ma il guaio è che Sacks sentiva la sua gamba “morta”. Nessuno voleva dargli retta in quel reparto di ospedale londinese, quasi 30 anni fa.
Gli unici che lo comprendevano erano gli altri pazienti del reparto e una fisioterapista, figura allora considerata meno di niente dallo staff medico. Per Sacks quell'esperienza, per una volta dall'altra parte della barricata, diventava così una discesa agli inferi: "Ero entrato volente o nolente in una notte dell'anima".
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