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PAPA/ 100mila ragioni

Il fil rouge dei discorsi del Papa in Inghilterra? Per UBALDO CASOTTO nella dimensione pubblica e totalizzante per la vita dell’avvenimento della fede

Benedetto XVI in un momento del viaggio in Gran Bretagna (Ansa)Benedetto XVI in un momento del viaggio in Gran Bretagna (Ansa)

Il viaggio del Papa in Gran Bretagna è stato la dimostrazione di quanta ragione avesse Tertulliano quando diceva che il cristianesimo chiede solo una cosa, di non essere rifiutato senza essere conosciuto. Benedetto XVI non ha avanzato questa pretesa in modo preventivo, ma con il suo fare umile e nello stesso tempo fermo, ha costretto molti dei suoi detrattori d’Oltremanica, presenti in realtà più nei media che nelle piazze, a ricredersi. E, con un’onestà intellettuale rara dalle nostre parti, se si sconta qualche inevitabile eccezione, i giornali inglesi si sono ricreduti. L’hanno fatto di fronte ai centomila che hanno affollato, in modo inaspettato Hyde Park per la veglia di preghiera per la beatificazione di John Henry Newman (l’aspettativa era di non più di cinquantamila persone); l’hanno fatto soprattutto di fronte alle parole di Joseph Ratzinger, che ha smesso di essere il “Papa Rotweiler”, qualcuno anzi, di fronte al suo argomentare razionale, si è chiesto: possiamo dire che non abbia ragione?

Il fil rouge e la preoccupazione costante dei discorsi del Papa in Inghilterra mi pare di poterli individuare nella dimensione pubblica e totalizzante per la vita dell’avvenimento della fede. Una fede che per quanto riguarda l’iniziativa di Dio (l’ha ben spiegato parlando di Newman) è grazia e illuminazione, per quanto riguarda la libertà dell’uomo è questione di “conoscenza”. Il verbo conoscere, declinato in vari modi, è stato quello più ripetuto nei due discorsi dedicati al nuovo beato della Chiesa inglese, la cui opera (“specifico servizio”) è stata così riassunta da Benedetto XVI: “Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale”. Una lotta quindi contro il relativismo intellettuale e morale nel quale si esplica oggi il potere del mondo. Una passione per la verità - e si può dire che qui il Pontefice parli per esperienza personale - che comporta “un grande prezzo da pagare”.

A questo punto qui il Papa ha attualizzato il concetto di persecuzione: “Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia”. Qui, onde evitare ogni vittimismo autocommiserativo, ha subito rilanciato la palla in campo cristiano e richiamato la responsabilità soprattutto del “laicato”, indicandone nello stesso tempo l’errore: “Non vi può essere separazione tra ciò che crediamo e il modo in cui viviamo la nostra esistenza”. È il superamento di questa separazione tra fede e vita la responsabilità dei cristiani oggi. Uno iato per superare il quale non basta il richiamo alla tradizione.

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