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Il rigore sbagliato

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Di ritorno da Davos, Corrado Passera rilascia un’ampia intervista a Il Corriere della Sera e, tra l’altro, afferma: “Per essere un sistema innovativo è necessario avere infrastrutture moderne, regole adeguate […], strumentazione finanziaria coerente e, soprattutto, capitale umano e quindi education, istruzione, formazione. […]. C’è bisogno di più dottorati di ricerca di livello elevato, ma anche di Istituti tecnici superiori e di buone Scuole professionali. In tutto il mondo emerge chiaramente che ciò che la scuola - dall’asilo all’università - deve dare è sempre più diverso da quanto le si chiedeva in passato. […] Da questo punto di vista è fondamentale che ragazzi e ragazze vengano messi in condizione di conoscere quali sono i mille nuovi mestieri e professioni: oggi non è così e le decisioni sui percorsi di studio sono spesso orientate al passato invece che al futuro”.

 

Come non essere d’accordo guardando a tante scuole e università chiuse su sé stesse e più o meno impermeabili al mondo circostante e alle sue evoluzioni. Qui, però, si vuole segnalare un’altra tendenza, che sta prepotentemente prendendo piede in alcune università tra le migliori, segnatamente nelle facoltà di Economia, e altrettanto pericolosa, almeno per chi scrive.

 

La si potrebbe così sintetizzare: la prevalenza del metodo sul contenuto. Non è importante quello che si studia, ma come lo si studia; è più significativo il modo con cui si arriva a delle conclusioni che la spendibilità delle stesse conclusioni. È il tema della rilevanza e del rigore, della concretezza di ciò che si studia e degli esiti di tale studio rispetto al rigore scientifico perseguito.

 

Quando a prevalere è il secondo, statistica e matematica la fanno da padrone anche per trattare semplici argomenti di economia domestica. A favorire questa prepotente penetrazione è l’apertura acritica e incondizionata delle nostre migliori università all’internazionalizzazione, cosa di per sé positiva oltre che necessaria.

 

Va subito precisato: che un’elite di ricercatori in ciascuna università, i nostri potenziali premi nobel, dedichino il proprio talento, adeguatamente incentivati, a fare ricerca di base è strategico e di fondamentale importanza per la singola istituzione di appartenenza e per il Paese intero, ma che tutti i docenti di un ateneo subiscano lo stesso percorso di selezione del genio ricercatore è dannoso all’istituzione e al Paese.



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