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Caro Saviano, tutto qui?

mercoledì 2 marzo 2011

Ma gli altri, i “prossimi” no, non ci sono. Forse dire che val la pena vivere per combattere la morte di migliaia di innocenti o la malattia di tanti, o la solitudine di quanti vivono il deserto “pressato nel treno della metropolitana” come dice Eliot potrebbe sembrare altisonante, retorico. Ma forse è più retorico, altisonante nel suo snobismo dire che tra i dieci motivi c’è la mozzarella di bufala. In realtà non ci sono dieci cose per cui vale la pena vivere. Ce ne sono miliardi. Vale la pena vivere per ognuno degli altri. Per lo spettacolo (anche drammatico) che è ognuno degli altri –per i tuoi figli o per lo sconosciuto incontrato.

 

Vale la pena vivere per sé e per tutti. Solo un uomo “monade” sceglie con presunta finezza dieci cose per cui vivere. Un uomo che cerca la vita non sceglie dieci motivi, ne incontra ogni giorno migliaia. Lo dice il Vangelo, ma i nuovi profeti non lo conoscono: per vivere occorre amare Dio e il prossimo come se stessi. Uno può decidere di avere come Dio la mozzarella o Bob Marley (o il proprio successo), ed è il perenne vizio dell’idolatria, ognuno si elegga il dio che vuole. Ma che scompaia il prossimo, che non ci sia ombra degli altri, questo mette una grande tristezza.

 

Non a caso, Saviano riconosce che, ispirandosi ad Allen, fare questo elenco è un antidoto per lui che “è il malato cronico” (di egotismo appunto) per sottrarsi a problemi inutili in cui è imprigionato. Ma i problemi inutili sono quelli che riguardano il senso del limite, del dolore, del vivere. Un modo per sottarsi ai problemi della vita. E tutto questo fa del gioco simpatico un gioco triste. Snob, televisivo appunto. 



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