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mercoledì 20 luglio 2011
La manovra è stata approvata e il Parlamento ha dimostrato responsabilità di fronte alla crisi. Di questo non si può che essere contenti. La soddisfazione per lo scampato pericolo deve, tuttavia, accompagnarsi a un giudizio su quanto è stato votato, ma ancora di più sulle scelte future che il nostro Paese si troverà a fare.
La manovra contiene un lungo elenco di agevolazioni e regimi di favore che verranno ridimensionati (del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014), a meno che non venga approvata in tempi brevi una riforma fiscale e assistenziale che elimini definitivamente alcune norme agevolative. Il ddl relativo a questa riforma è già passato al vaglio del Consiglio dei Ministri, ma l’elenco delle norme di favore che esso intende abrogare - la cui elencazione è rinviata a un allegato - proprio non si riesce a trovare.
La lettura delle quasi quaranta pagine di agevolazioni che la manovra ridimensiona contiene norme totalmente disomogenee, con ricadute diverse, a fronte dei soliti tagli orizzontali, cioè tutti uguali. Insomma, un lungo elenco della spesa acritico e non sufficientemente ragionato.
Riferendoci soprattutto ai “tagli” che incidono sugli enti non profit, alcuni sono particolarmente preoccupanti. Ad esempio, vengono ridotte le detrazioni/deduzioni per chi effettua erogazioni liberali in loro favore.
Certo, se i soldi dati agli enti non profit sono considerati una spesa di cui il Paese può fare a meno, ben vengano i tagli. Però la realtà non dice questo. Dice che gli enti non profit esercitano un ruolo di prim’ordine, nonostante siano considerati da tanti enti pubblici loro supplenti a cui chiedere prestazioni a prezzi più bassi e pagate tardissimo. Dice anche che in questo periodo di crisi hanno evitato derive sociali dovute alla perdita del lavoro e alla povertà sempre in aumento, spesso inventandosi soluzioni innovative ed efficaci.
Dunque, la detassazione dei soldi e dei beni donati alle realtà private che svolgono funzioni di pubblica utilità non può essere considerata dallo Stato una semplice voce di spesa. Si tratta di minori entrate a cui corrispondono minori spese: dunque investimenti.
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