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venerdì 27 gennaio 2012
Vedi alla voce giovani. Il giovane viceministro Martone, classe ‘74 laureato nel ‘97, ha definito sfigati quelli che si laureano dopo i 28 anni. Ammettiamolo: non ha torto, specie se si riferisce a certi bivacchi generazionali di certe università (come La Sapienza di Roma) davanti ai quali si staglia tremenda la responsabilità di professori e genitori: invece di spingere i “giovani” a uscire, a nuotare, a pigliarsi le loro di responsabilità, li vezzeggiano con gli eterni trattamenti benessere (quelli che servono appunto a “fare uno stacco”, a separarsi dalla realtà), che peraltro cominciano presto: ma certo che puoi occupare la scuola, ma c’è tempo per imparare l’inglese, ma vai pure a divertirti con l’Erasmus a Barcellona, ma è chiaro che puoi cambiare facoltà…
Ma il giovane viceministro Martone, che viene da famiglia di ottimati e forse ha potuto godere di qualche agevolazione, che ha fondato e dirige “il primo social magazine italiano” Dillinger.it e cofondato la rivista di approfondimento politico e culturale Zero, che fa parte di Aspen e sta entrando nel circuito appassionante dei talk show tv; insomma, il viceministro Martone dovrebbe alzare il ditino anche nelle riunioni ministeriali e governative (ha la delega alla formazione e alla occupazione giovanile, mica poco) e argomentare le ragioni inderogabili e urgentissime di una manovra pro-giovani di cui finora non c’è traccia.
Sì, forse arriverà il decreto sulle start-up a costo zero: ottimo e giustissimo, anche se i giovani impegnati nella nascita di una loro impresa già ne lamentano vincoli e impedimenti (ma possibile che non passi una norma di libertà vera e piena?). E poi? La Banca d’Italia ci dice che per comprare una casa oggi ci vogliono 11 anni di lavoro (10 anni fa erano 6!) e che il reddito medio è inferiore in termini reali a quello del 1991. Una combinazione letale per le coppie giovani, ma il governo non ci ha pensato quando ha deciso di raccogliere denaro grattando i muri delle case prime, seconde e terze (che poi sono quelle che le famiglie lasciano in eredità ai figli).
E l’istruzione? Mentre negli Stati Uniti esplode il fenomeno delle charter schools, istituti di proprietà pubblica, gestiti da privati e finanziati con un sistema misto - altro segnale di una società che per quanto indebolita non rinuncia a pensare e agire - qui da noi siamo ancora alla difesa ideologica della scuola di Stato, anche perché altrimenti “il sindacato si mette di traverso”. E anche la sacrosanta discussione sull’abolizione del valore legale della laurea, forse la sola cosa che potrebbe salvare l’università italiana, è stata subito bloccata dal veto sindacale.
Si capisce così che, ben al di là della finta guerra sull’articolo 18, quelli che davvero non si possono toccare sono i dipendenti pubblici (all’Atac di Roma vorrebbero portare da 36 a 38 le ore di lavoro settimanale: apriti cielo!), i docenti, i mondi come le Poste e l’Inps. Mentre possiamo sfogarci senza ritegno e a ben guardare senza vere ragioni con i tassisti e i farmacisti.
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