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Valerija, Stalin e quell'ideale che non muore

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Valerija è una ragazzina russa vivace e indipendente. La nonna la educa ai tradizionali principi dell’Ortodossia, che ora - siamo nel pieno rigoglio della dittatura staliniana - ha un nemico chiaro: l’ateismo di Stato. A soli 13 anni Valerija scrive dei versi anonimi contro Stalin e li manda alla polizia segreta. Viene scoperta e denunciata da una zelante professoressa; inaspettatamente il Commissario del popolo prova una strana simpatia per l’impetuosa ragazzina e la lascia andare. Ma i suoi cari sono preoccupati che, in futuro, potrà non essere così fortunata. L’unica soluzione è ripararsi dietro le mura di un monastero, sperando che Valerija si dia una calmata.

Comincia così la storia di madre Valerija Makeeva, la monaca specializzatasi in editoria religiosa clandestina, raccontata ampiamente nell’ultimo numero della rivista di Russia Cristiana. Valerija è una di quelle figure che la storiografia è solita classificare come “minori”: non è mai stata famosa, non ha raggiunto la notorietà dei giornali, la sua storia viene a galla solo ora, attraverso accurate ricerche d’archivio. Eppure, leggendo la sua vicenda, si ha la netta impressione di trovarsi di fronte a uno di quei “semplici”, di quei “poveri di spirito”, di quei “giusti” sui quali si poggia - secondo la strepitosa intuizione di Solženicyn - la stabilità di un villaggio, di una nazione, dell’universo intero.

Entrata in monastero, Valerija non si è affatto calmata e ha messo tutta la sua debordante vitalità a servizio di una missione ritenuta indispensabile: dare risposta, attraverso la stampa di messali e volumi di preghiere, alla “fame spirituale” del popolo russo, sistematicamente impedito di accedere a libri, immagini, luoghi che ricordino la religione. Così la monaca organizza - nei diversi luoghi in cui ha vissuto e in particolare in un dacia alle porte di Mosca - dei piccoli laboratori di stamperia. Tutto il lavoro doveva svolgersi nella più rigorosa clandestinità e con strumenti di fortuna.

Negli anni Sessanta Valerija stampa foto di icone, che poi orna con carta stagnola o piccole ghirlande di cera. Poi passa ai libri veri e propri, anche se, ammette nelle sue Memorie, il loro aspetto esteriore, date le condizioni della produzione, «era piuttosto rozzo»; per esempio, la rilegatura avveniva facendo dei fori col trapano nei fogli e poi legandoli con un cordoncino e aggiungendo una copertina di cartone. Eppure «la gente ci ringraziava con le lacrime agli occhi, aspettando pazientemente il proprio turno» per avere il prezioso volume.



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