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MEETING/ Una natura senza pace

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Il Meeting è un dito. Il Meeting da oltre trent’anni punta al cuore del nostro tempo. Lo legge senza perdere il segno, nessun segno. Il Meeting non è un’idea. È un dito fatto di migliaia di persone diverse, di esperienze, di opere, di sensibilità molto varie. Punta a toccare un nodo della nostra epoca, cioè della nostra vita. Lo fa non solo con le parole, ma con esperienze, fatti. E il dito-Meeting 2102 ha puntato su una questione scomoda per gli intelligenti di oggi. Siamo fatti per l’infinito. E senza infinito i conti non tornano. La nostra natura umana lo desidera. 

Non lo dicono quasi mai i giornali, i professori, anzi spesso lo negano. Ma la nostra natura, cellule e pensiero, e gusto, il nostro amore, il respiro, sesso, cervello, il nostro io, desidera l’infinito. È il vero grande tremendo spettacolo dell’umano. Non ne parlano ma è così chiaro. E poiché non è possibile desiderare qualcosa se non la si conosce almeno un poco, vediamo come la vita smania e si protende, come brama a ri-conoscere il sapore dell’infinito che abbiamo toccato una volta o mille negli occhi di nostro figlio, o di lei, o in una toccata di Bach, in un grido rock, in una fusione dei corpi, in un gesto di gratuità assoluta, in una avventura della mente che scopre e procede. Abbiamo conosciuto ciò che non ha misura, che non si può valutare, che non ha prezzo. Perciò lo desideriamo. Comunque e ovunque. 

Il dito del Meeting sottolinea: vorrebbero farcelo dimenticare, ma noi siamo fatti così. È il grande nodo culturale di un’epoca che subisce modelli di umanità “calcolabile”, componibile da pezzi “finiti” di cellule, di reazioni, di soldi, o dalla de-finizione di diritti. Come se la nostra natura potesse finalmente trovare pace in qualcosa che ci possiamo dare da soli, finito come noi: una carriera, una lotta politica, uno stile di vita, una coppia, un bene rifugio, una scelta. Ma l’abisso invoca l’abisso, scrive la Bibbia. 

La natura umana è un abisso senza fondo, senza coperchio. Nulla se non un abisso può corrisponderle. Non lo dicono i professori, i direttori di giornale. Non ce lo diciamo tra di noi, quasi mai. Lo fanno a volte gli innamorati (a voi, amanti, chiediamo di noi –diceva Rilke) lo fanno quasi sempre i poeti e i veri geniacci. Lo fanno sempre i santi, noti e oscuri. Nell’epoca che viviamo quando si parla di infinito, lo si fa in modo astratto. Come se fosse un sogno. Un’illusione. Una proiezione della mente, un gioco di specchi. Quando pure si ammette che l’uomo è fatto per l’infinito, è come se si dicesse: per una illusione. Una congettura. 



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