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Abbandoni scolastici: la forza dell'Io commosso

Pubblicazione:venerdì 13 gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento:sabato 14 gennaio 2017, 13.29

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Aule e bagni sfasciati e antigienici, banchi e sedie che gli studenti gettavano dalle finestre, risse e pugni anche ai docenti. Ragazzi e professori demotivati allo stesso modo. E' la realtà dell'istituto comprensivo di San Luca d'Aspromonte, paese con un'alta densità di devianza giovanile, che la nuova preside si trova davanti quando vi arriva nel 2011. Chiunque sarebbe fuggito. Lei invece non si perde d'animo e fa quello che nessuno era riuscito a fare: in pochi anni la scuola è un gioiello ricostruito non solo nei muri, ma soprattutto nelle anime. Il giorno della nuova inaugurazione è accorso tutto il paese: bambini, genitori, idraulici, elettricisti, commercianti. Soprattutto i ragazzi sono tornati a scuola felici di studiare nel tentativo di emanciparsi.

Cosa è successo? Lo dice la stessa preside: "Spesso mi torna in mente Dostoevskij: 'Il mondo sarà salvato dalla bellezza'. Penso che la bellezza di cui parla lo scrittore russo sia quella che compie l'uomo quando realizza qualcosa di creativo, di generativo. E la scuola che desidero per i miei alunni deve fargli conoscere quella 'Bellezza' che solo l'arte, la conoscenza e la cultura, possono dare. E questo li terrà lontani dal male e li farà vivere da uomini liberi. Mossa da questo desiderio, ho iniziato il mio progetto di rinascita".

Vengono in mente storie, come quella di Oliver Twist di Charles Dickens, che ci hanno colpito e indignato quando le leggevamo da ragazzi. 

Siamo portati a pensare che in Italia sfruttamento e violazione dei diritti dei minori non accadano più grazie all'istruzione obbligatoria fino a 16 anni di età. 

Ci aiutano a capire il fenomeno le statistiche, che non dicono certo tutto quello che c'è da sapere, ma aiutano a leggere la realtà. 

Gli ultimi dati Istat dicono che il 22,3% di giovani di età fra i 15 e i 34 anni hanno smesso di studiare e che non cercano lavoro.  Sono i "famigerati" Neet ("Not (engaged) in Education, Employment or Training"). E se le percentuali non danno l'idea, il dato di 150.000 giovani che lasciano la scuola ogni anno (due stadi di San Siro pieni) e di  oltre due milioni sui 13 milioni di Neet in tutta Europa ci dicono che l'Italia è il paese che detiene il primato di questa triste classifica. Chi o cosa usurpa questi giovani dalla loro vita "attiva"?

Molte storie e testimonianze di questi ragazzi sono contenute in "Nel paese dei Neet", un libro da poco uscito a cura della Caritas Italiana e dell'Università del Salento.

Accanto alle ragioni conosciute (tra le molte la debolezza del mercato del lavoro e del sistema delle imprese italiane, precariato e nuovo sfruttamento delle multinazionali) lo studio mette in luce come dietro a questa realtà ci sia una mancanza educativa parimenti condivisa da famiglie e mondo della scuola, mancanza che ha dato vita a persone con una fragilità interiore sempre più deflagrante, in un tipo di società dove la competizione esasperata porta tanti a non "provarci" nemmeno più. 


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